Abbiamo già visto che la radio è ancora uno dei mezzi più utilizzati per ascoltare musica, utilizzata dal 90% delle persone: ma quale musica? Se lo è chiesto il Wall Street Journal scoprendo che le stazioni ripetono sempre più spesso gli stessi brani famosi per conquistare pubblico.

Proprio così, di fronte alla crescente concorrenza delle radio digitali e dello streaming, le maggiori stazioni radio tradizionali hanno trovato il modo per non perdere o aumentare addirittura ascoltatori, semplicemente trasmettendo ciò che gli ascoltatori vogliono, ovvero i successi del momento. Ciò significa meno varietà e meno musica rispetto al passato.

Il concetto è semplice: l’ascoltatore distratto in auto o a casa ferma la manopola della sintonizzazione FM quando trova ciò che vuole, una canzone familiare e conosciuta e quindi statisticamente il successo del momento a tutto svantaggio di nuove canzoni o artisti che devono aspettare più tempo per ambire ad essere trasmessi o ad essere invitati nelle trasmissioni.

Secondo i dati raccolti da Mediabase le prime 10 canzoni trasmesse nel 2013 hanno occupato nelle radio il doppio del tempo rispetto a quanto ne occupavano 10 anni fa. ‘Linee confuse’ di Robin Thicke è stata la canzone più trasmessa lo scorso anno, 2053 volte al giorno per un totale di 749.633 volte nei 180 mercati monitorati da Mediabase. Nel 2003 ‘When I’m Gone’ dei 3 Doors Down, è stata trasmessa 442.160 volte sempre nell’intero anno.

Il fenomeno è dovuto solo in parte alle 70 nuove grandi stazioni comparse nell’etere; mentre le stazioni più specializzate ad esempio in rock o smooth jazz sono diminuite, vincono le radio generaliste che trasmettono musica pop e commerciale che della ripetitività fanno la loro forza in un ciclo virtuoso poichè più trasmettono brani conosciuti, più questi brani diventano famosi, sono richiesti dagli ascoltatori e quindi ancora più trasmessi.

Ci si potrà anche chiedere come mai gli ascoltatori sono diventati improvvisamente apparentemente tutti più idioti e meno capaci di uscire da un appiattimento che della massificazione fa la sua forza, ma paradossalmente tecnologia e internet, più che aprire spazi ai nuovi artisti e alla creatività che viene dal basso, non solo hanno favorito una generale crisi della musica, ma hanno spinto la nascita di strategie di marketing sempre più pressanti che per essere vincenti si concentrano ancor di più sui soliti noti.

D’altronde le radio vivono sullo share e sulla capacità di attrarre inserzionisti, non possono non considerare gli ascolti a tutto vantaggio dei pochi artisti più fortunati e trasmessi che si arricchiscono con le royalties, mentre per chi vuole farsi conoscere i tempi di attesa per il lancio di nuovi singoli aumentano insieme alla difficoltà di vendere nuovi album: nel 2013 malgrado i primi segnali positivi del mercato online, le vendite dei dischi sono calate di un ulteriore 8%.