Mani di pianista impegnato in improvvisazione musicale

Molte persone non sanno cosa sia l’improvvisazione musicale, altre la legano solo al blues o al jazz. Poi c’è chi crede che improvvisare musica consista nel fare note a caso, ingannato dal significato letterale di un termine dal pregiudizio negativo. Quanto all’improvvisazione come patrimonio esclusivo del jazz, non facilitano la comprensione nemmeno certi musicisti della cosiddetta musica colta che pensano più a complicare le cose per una minoranza di eletti.

L’improvvisazione musicale invece è quanto di più naturale, spontaneo e creativo un musicista possa esprimere con la mente. Questa pratica è presente nella storia della musica classica fin dal canto gregoriano alla musica barocca e poi nel jazz. Ma tutti i compositori improvvisano fosse solo perchè per scrivere le note su uno spartito qualsiasi musicista le deve prima pensare e suonare. Come può il cervello dell’uomo inventare note con un senso mentre suona dal vivo?

Indice

Origine improvvisazione musicale

Per trovare l’origine dell’improvvisazione musicale bisogna tornare indietro al tempo alla codifica gregoriana. Se nel 1500 l’esecuzione estemporanea aveva una parte dominante nella musica sacra, tutti i grandi clavicembalisti e organisti dal XVI secolo fino al XVIII furono maestri nell’improvvisare. Ci sono improvvisazioni nei preludi, nelle toccate e nelle fantasie dei grandi compositori del ‘700. da Domenico e Giovanni Gabrieli, Girolamo Frescobaldi, Dietrich Buxtehude e J. S. Bach.

La Fantasia e fuga in sol minore (BWV 542) o la fuga a 3 che apre l’Offerta musicale (BWV 1079) di Johann Sebastian Bach sembra siano frutto di note suonate sul momento e solo successivamente trascritte su spartito. La pratica era talmente consolidata che nelle corti c’erano vere e proprie gare di improvvisazione musicale a cui partecipavano compositori come Mozart, Clementi, Scarlatti, Haendel ed un giovane Ludwig van Beethoven pianista a Vienna.

All’inizio del XIX secolo molti compositori classici lasciavano sugli spartiti un apposito spazio per improvvisare su determinate cadenze. In questo modo l’esecutore solista poteva sviluppare dal vivo una parte melodica. Questa forma di “improvvisazione” poteva essere scritta dal solista prima dell’esecuzione. Dal 1800 in poi la musica colta occidentale cambiò registro e pose l’accento sulla fedeltà dell’interpretazione delle partiture.

Improvvisazione jazz e blues

L’arte dell’improvvisazione musicale abbandonata dai compositori classici nell’ottocento, fu poi sposata da generi più popolari come il blues e il jazz diventandone un tratto distintivo. Ovviamente il solista non suona “a caso”, ma grazie ad una padronanza totale del linguaggio musicale, usa lo strumento come fosse un prolungamento della sua mente creativa. Solo così può inventare in ogni istante nuova musica rispettando le regole dell’armonia musicale.

Nel blues e nel jazz gli spartiti esistono ma spesso hanno solo una funzione di guida dove viene indicata l’armonia (gli accordi) e melodia del brano. I jazzisti solisti dopo avere esposto il tema principale (melodia), creano fraseggi “sul momento” sul giro armonico della canzone. Si tratta di accordi e cadenze standard, come vengono chiamati i brani classici dei grandi autori come Duke Ellington, suonati dai musicisti.

L’improvvisazione musicale è un mix di studio e istinto, creatività e slancio verso l’ignoto. Una forma di esplorazione dell’io che diventa esaltazione individuale e negazione dei propri limiti. Non sarà un caso se, oltre ad avere rivoluzionato la musica, alcuni dei più grandi artisti jazz della storia siano caduti in eccessi di ogni tipo facendo uso di alcool e droghe anche per motivi di carattere sociale ed economico.

Stili improvvisazione musicale

L’improvvisazione musicale è fatta di invenzioni estemporanee. Ogni buon jazzista è affamato di novità e vuole andare oltre i propri limiti. Quando ci riesce sposta la storia del jazz un pò più avanti. Le invenzioni a livello di tecnica e stile si tramandano da musicista in musicista, prima sul palco e poi attraverso dischi e spartiti. In questo modo in pochi decenni, dagli anni 20′ agli anni 60′, il linguaggio musicale jazzistico si è evoluto in molti stili diversi.

Si parte con l’Improvvisazione Tematica del Dixieland, basata sullo sviluppo della melodia (vedi Louis Armstrong), poi c’è la rivoluzione Bebop dell’invenzione Armonica di Dizzy Gillespie e Charlie Parker che per primi si misero ad improvvisare sugli accordi. Successivamente si passa all’Improvvisazione Modale di Miles Davis costruita su specifiche scale e che verrà poi adottata da maestri come John Coltrane, Bill Evans, Herbie Hancock. Infine c’è il Free jazz di Ornette Coleman, che rompe ogni struttura, melodica, armonica e ritmica.

Nella musica jazz ogni grande musicista aggiunge un tassello di quanto di buono è avvenuto prima, ma il concetto di improvvisazione musicale non si ferma qui. Basti pensare ad un assolo di chitarra rock di Jimi Hendrix, alle performance dei Dj o alle nuove frontiere aperte dalla musica elettronica. Insomma, improvvisare musica è davvero un arte che merita cura, passione e attenzione perchè aiuta a scoprire nuovi mondi. Anzi, forse è uno dei modi più curiosi e stimolanti di vedere il mondo.

Improvvisazione e matematica

I jazzisti più bravi quando improvvisano è come parlassero: raccontano storie che nella musica sono fatte di note, armonia, ritmo, sentimento e intuizione. Ascoltare improvvisare un musicista è semplicemente magico e anche la scienza ha cercato di svelare i meccanismi neuronali dell’improvvisazione musicale. Quali sono i segreti della creatività: questione di intelligenza, sensibilità, tecnica o matematica?

Cosa succede nel cervello dei jazzisti famosi quando improvvisano musica? Nel pieno dell’era tecnologica le ultime ricerche sull’intelligenza artificiale applicata alla musica parlano sempre più di formule e algoritmi. Non è una novità,  nei secoli i vari Pitagora, Platone, Aristotele, fino ad arrivare ai contemporanei Schoenberg e Stockhausen, si sono sempre chiesti se il linguaggio della musica fosse fatto di numeri o passioni.

Ridurre la creatività dei jazzisti a pura matematica ad esempio è stato il sogno di un professore e trombettista del Rochester Institute of Technology. Al Biles già negli anni ’90 aveva inventato GemJam, un programma capace di improvvisare “come un jazzista”. Il software era cioè dotato di un algoritmo genetico, in grado di ascoltare e migliorare. E certo sapere ascoltare e migliorare è il primo segreto di chi suona jazz.

Al Biles si esibiva anche in concerti con la sua tromba a capo del Virtual Quintet. In pratica i suoi assolo erano accompagnati da un computer che suonava una base con batteria, basso, piano e altri strumenti a fiato. In qualche modo il software seguiva i riff suonati dal trombettista improvvisando a sua volta. GemJam è stato il primo sistema di calcolo evolutivo prima che arrivassero i robot che improvvisano basati sull’intelligenza artificiale.

Improvvisare con il cuore

In realtà anche i più recenti esperimenti hanno dimostrato che per improvvisare musica in modo sensato non bastano solo conoscenze e tecnica, serve il cuore. Il cervello dei jazzisti è tutta un’altra storia rispetto ai bit, non è fatto solo di numeri e apprendimento automatico. Un uomo che improvvisa ha risorse che a tutt’oggi sfuggono ai calcoli. Lo dimostra uno studio di un pool di ricercatori della John Hoplins University di Baltimora diretti da Charles Limb.

Per svelare i meccanismi neuronali dell’improvvisazione i ricercatori hanno scansionato con una risonanza magnetica il cervello di alcuni pianisti jazz intenti a suonare note scritte e improvvisate. Hanno scoperto che quando i musicisti improvvisano riducono l’attività neuronale della corteccia prefrontale. Come se improvvisando diminuissero il controllo di alcune percezioni superficiali per abbandonarsi totalmente alla creatività.

Nei pianisti impegnati nell’improvvisazione musicale aumenta anche l’attività prefrontale dedicata all’espressione di sè, la stessa zona che viene interessata quando si racconta una storia. Il cervello cambia e la parte responsabile del controllo dell’auto coscienza risulta meno impegnata. Sembra di sentire le raccomandazioni di un bravo maestro di jazz: “studia scale, armonia, tecnica… ma poi quando suoni lasciati andare, proprio come se stessi raccontando una storia…”

Questo è uno dei motivi per cui pianisti classici o altri musicisti con una formazione classica più formale faticano ad improvvisare. Se fin dal medioevo i musicisti aggungevano abbellimenti alle composizioni scritte e lo spartito era una traccia su cui comporre in modo estemporaneo variazioni, oggi gli interpreti leggono anche le cadenze che dovrebbero lasciare spazio alla fantasia. Forse ciò è dovuto alla ricerca della perfezione nelle esecuzioni e sui dischi. Improvvisare significa prendersi dei rischi e non è detto che ai musicisti classici possa convenire.

Improvvisare con l’intelligenza

Un’ultima domanda che ci si potrebbe porre é se i jazzisti siano persone molto intelligenti. Si potrebbe ipotizzare che sottoponendo il cervello alle sfide dell’improvvisazione jazzistica le potenzialità cognitive si possano sviluppare enormemente. E’ noto che i bambini suonando uno strumento precocemente sviluppano nuove connessioni e capacità biologiche, e se ciò vale per ogni genere, figuriamoci per il jazz. Per improvvisare musica non serve solo studiare e avere una padronanza totale del linguaggio musicale e della tecnica strumentale.

Suonare jazz significa sapere gestire un flusso continuo di idee. Quando si improvvisa non c’è tempo per pensare agli accordi o al ritmo, bisogna ascoltare gli altri e suonare cose nuove mentre il tempo scorre. Coordinare in millesimi di secondo movimenti, espressione, capacità di memorizzare, frasi, ritmo e pensieri. E poi essere anche attenti, disciplinati, non cedere alle emozioni, avere fiducia in se stessi. Insomma il cervello dei jazzisti avrà certamente qualcosa di speciale. Nel bene e nel male, ovviamente.