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“Nulla si crea, tutto si distrugge e si trasforma”. O si copia, si potrebbe dire, travisando la frase di Laurent de Lavoisier in ambito artistico. O almeno ciò è quanto sembra suggerirci l’Image Volée, la nuova mostra collettiva presentata negli spazi della Fondazione Prada di Milano.

L’image volée (L’immagine rubata) presenta infatti circa un centinaio di lavori realizzati da 60 artisti dai primi dell’ottocento ad oggi, una carrellata di opere contenenti riferimenti a periodi artistici o copie di immagini pre-esistenti che in qualche modo vengono rielaborate o fatte proprie. Il merito della mostra è sicuramente quello di considerare l’esistenza di un percorso artistico al confine tra creazione, copia o addirittura furto rivelato, se non ostentato, che diventa cifra stilistica.

D’altronde l’argomento dell’originalità del gesto creativo non ha mai finito di stimolare discussioni in ambito artistico e non solo. Molti tra i più grandi pensatori, filosofi, musicisti, scrittori, stilisti e scienziati del presente e del passato non si sono mai preoccupati di nascondere il furto e casomai hanno sempre ostentato la loro voglia di rubare. “Solo chi non ha memoria insiste sulla propria originalità.” diceva Coco Chanel, “Il segreto della creatività è saper nascondere le proprie fonti.” aggiungeva Albert Einstein.

In più l’arte moderna vive di contraddizioni e si alimenta da sempre di scambi e conflitti, gli stessi che le persone vivono tutti i giorni. Perché anche se la vita contemporanea spesso si rifugia nell’astuzia e nella mediazione, l’arte contemporanea dovrebbe essere prima di tutto un’esperienza di rottura piena di idee insostenibili, così come apparentemente è insostenibile una immagine rubata, una copia davanti al suo originale.

Nel percorso espositivo curato da Thomas Demand si va dall’appropriazione fisica dell’oggetto alla sua assenza fino alla copia e ci si interroga anche su un aspetto con cui tutti i giorni abbiamo a che fare, l’immagine rubata alla nostra privacy e il confine sempre più labile tra privato e pubblico. Alla fine fanno bella mostra di sè gli apparecchi che la DDR e l’Unione Sovietica utilizzavano per spiare i propri cittadini, molti anni prima che Facebook ci chiedesse il nostro nome e sapesse tutto di noi e della nostra faccia.