Bandiera del partito dei pirati

Quella della lotta alla pirateria diventa sempre più una vicenda dai risvolti tragicomici se non fosse che sta mettendo sul lastrico un intero settore e migliaia di lavoratori: Partito dei Pirati pronto a sbarcare anche in Italia?

Da una parte l’industria, gli artisti e i governi che si affannano a trovare una soluzione per mettere freno allo scambio incontrollato di musica e film dopo anni di anarchia totale; dall’altra i pirati, o meglio, i milioni di utenti del file sharing che ora hanno pure un partito pirata per far valere i propri diritti.

A qualcuno suonerà strano, ad altri una cosa legittima e ad altri ancora una furbata che contribuirà ad aumentare il numero di partiti e partitini del parlamento italiano, come se gli attuali 34 – avete letto bene, 34 – non bastassero. Comunque questa volta l’Italia non c’entra: alle ultime elezioni in Svezia il partito dei pirati PiratPartiet ha preso oltre il 7% di voti, è diventato il quinto partito in assoluto con 200.000 voti ed ha mandato un suo rappresentante al parlamento Europeo.

Quest’ultima notizia in particolare sembra un monito ai governi degli altri paesi. In Svezia era stato il partito conservatore a cercare di mettere dei paletti al peer to peer e questo è stato il risultato: il Partito dei Pirati è stato votato dal 7,2% degli svedesi ma ha ottenuto la maggioranza assoluta tra gli elettori dai 18 ai 30 anni di età, ovvero tra quelli nati all’insegna dell’internet gratis e del diritto di non rispettare il diritto (d’autore).

Tra gli altri paesi decisi a stringere i tempi sul download illegale e a trovarsi prima o poi qualche gatta da pelare con gli elettori più giovani, ovviamente la Francia che ha adottato l’Hadopi, poi Germania, Taiwan, Corea del sud, mentre nel Regno Unito si discute ancora, così come in America. La legislazione spagnola invece ritiene che il peer to peer non debba essere considerato illegale se non viene fatto a fine di lucro.

E l’Italia? Beh, l’Italia non sta certo alla finestra e anche se nessuno si è mai mostrato così desideroso di intraprendere qualche iniziativa per tutelare diritto d’autore, alle prossime elezioni non si farà mancare il suo bel partito dei pirati, che tra l’altro già esiste da cinque anni, ma per ora solo come associazione culturale che si batte per la difesa della privacy contro tutte le forme di censura online e per la riforma il diritto d’autore. Tutti ingredienti che sicuramente non mancheranno di attirare molti elettori, specie se prima o poi si cercherà di far far pagare quello che ora in rete in qualche modo si trova gratis.

Da questa guerra tra diritti (o dritti, che dir si voglia), non sarà facile uscirne se si pensa che il fenomeno muove interessi enormi a livello mondiale: basti pensare che il traffico internet generato dal p2p a livello globale varia dal 70% dell’Europa dell’Est, al 55% circa del resto d’Europa, fino al 65% del Sudamerica e al 66 dell’Africa del Sud. Insomma pesa più della metà dell’intero traffico globale sulle reti online.

Ecco perchè c’è chi pensa che prima o poi sarà chi dal traffico internet ci guadagna, ovvero i provider e i gestori di rete, a doversi sobbarcare i costi della baracca del settore intrattenimento, consentendo a produttori, editori, major discografiche (nel frattempo diventate “music company”), o alle nuove figure di artisti imprenditori, di avere pure loro il sacrosanto diritto di guadagnarsi la pagnotta, malgrado tutti gli errori e gli eccessi che qualcuno ha commesso nel passato.