guadagni artisti

Se con lo streaming i guadagni degli artisti sono sempre più scarsi, al pubblico interessa qualcosa? No, i fans non sembrano assolutamente preoccupati e nemmeno consapevoli sugli effetti sull’offerta musicale

Non passa giorno che il problema dei guadagni degli artisti scarsi dello streaming non provochi qualche mugugno in cantanti, etichette e produttore. La musica on the cloud nel frattempo si sta fagocitando l’intero mercato della musica. Ma mentre gli esperti discutono di sostenibilità economica e di transizione di modelli di business, cosa ne pensano gli ascoltatori e il pubblico del tema guadagni artisti? Beh, più o meno se ne fregano: la musica gratis conquista tutti.

Sul fatto che i guadagni degli artisti siano sempre più bassi nell’era dello streaming non ci sono dubbi e ne abbiamo già ampiamente parlato. Il fenomeno riguarda in proporzioni diverse grandi e piccoli cantanti, oltre a coinvolgere un sistema economico e culturale in modo più o meno eclatante. Ad esempio c’è il caso di ‘Wake Me Up!’, canzone cantata da Avicii e risultata la più ascoltata in assoluto su Spotify e la 13esima su Pandora: il suo coautore con oltre 168 milioni di ascolti in streaming negli Stati Uniti ha racimolato solo 12mila dollari.

Personaggi come Taylor Swift o Adele hanno abbandonato Spotify mentre altri si rifiutano di offrire i loro ultimi dischi. Beati loro che possono farlo anche se le star più ricche, più che dischi, oramai vendono profumi. I piccoli artisti la pensano a grandi linee come Giordano Sangiorgi, direttore del Mei, Festival delle Etichette Indipendenti, che per quanto riguarda Spotify parla di ‘sfruttamento del lavoro creativo‘ e di ‘classe operaia creativa sfruttata e malpagata‘.

Guadagni degli artisti per il pubblico

Se per i musicisti è arrivata l’ora della protesta, viene da chiedersi quale sia il livello di consapevolezza di utenti, ascoltatori e fans e quale domande verrebbero da porsi sul futuro della musica. Ad esempio senza soldi per i musicisti quale sarà l’offerta musicale? Ci saranno solo brani da milioni di click e tormentoni commerciali? Il marketing e il merchandising prevarranno su tutto solleticandoci con la musica gratis?

Secondo un recente sondaggio realizzato da MIDiA Research solo il 15% delle persone è sensibile alle difficoltà economiche incontrate dagli artisti e solo il 4% è molto d’accordo sulla necessità di trovare soluzioni alternative e condivise per l’acquisto di musica. La restante stragrande maggioranza di ascoltatori non considera il problema prioritario, specie chi non acquista musica abitualmente e magari ha in mente lo stereotipo anni ’80 e ’90 del musicista fancazzista ricco o ben pagato che in qualche modo ora è anche giusto che patisca un pò di crisi.

Gli artisti non devono aspettarsi alcuna solidarietà da parte dei fans che i 3/4 non sono interessati all’argomento. Musicisti, ma anche da sociologi e personaggi legati al mondo della cultura, dicono che senza un adeguato riconoscimento la cultura è destinata a perdere la sua influenza in un mondo dominato dai grandi numeri usa e getta. Tra questi certamente ci sono anche i più lesti nell’usare stereotipi per giustificare la pirateria, ma è evidente che in periodi di crisi la gente abbia problemi ben più gravi da risolvere che non preoccuparsi di giovani talenti o vecchie star in difficoltà nel costruire o mantenere una carriera nella musica.

Spotify si difende: streaming è il futuro

Da una parte gli utenti contenti di trovare musica gratis o di potere spendere meno di 10 euro al mese per ascoltare tutto ciò che vogliono da un catalogo infinito, dall’altra gli artisti che si lamentano dei bassi guadagni. In mezzo Spotify, la società svedese che ha creduto in un nuovo modello di business e che ora si difende con le parole di Daniel Ek, Ceo e fondatore del servizio di streaming più noto al mondo.

Cosa sta succedendo? Lo streaming, ed in particolare Spotify, è l’unica cosa che funziona e cresce nel mercato della musica. Sotto la sua avanzata però non continua solo il crollo dei cd, ma anche quello dei download con iTunes e Apple per la prima volta da molti anni in sofferenza. In compenso, dato che la musica su Spotify si può ascoltare anche a gratis grazie al supporto degli sponsor, la pirateria, ovvero scaricare musica con il peer to peer è diventato inutile e sono sempre meno i suoi adepti nel mondo.

Gli artisti sostengono di essere pagati troppo poco, qualcuno come Taylor Swift toglie i suoi brani da Spotify, altri ci stanno pensando malgrado agli utenti il problema sembra non interessare. Daniel Ek, 32 enne che nel 2008 ha lanciato il servizio ed ora è tra i 400 uomini più ricchi inglesi, dice che tutto questo baccano intorno al suo servizio musicale è ingiusto poichè si basa su questa serie di ipotesi false.

  1. Non è vero che gli artisti non vengono pagati Spotify paga per ogni ascolto. A dire il vero gli artisti guadagnano molto poco, siamo nell’ordine di centesimi di euro (da 0,001 a 0,005), un’inezia rispetto al download con 11 a 16 centesimi e al cd dove all’artista poteva anche andare 1 euro per ogni cd venduto. Daniel Ek si difende sostenendo che 500 mila ascolti di un brano su Spotify significano 6000 mila dollari, mentre se una radio ascoltata da 500 mila persone trasmettesse lo stesso brano, l’artista non guadagnerebbe praticamente nulla, idem con la pirateria.
  2. Non è vero che Spotify fa male alle vendite Secondo Daniel Ek è tutto da dimostrare il fatto che il calo ulteriore di cd e del download sia dovuto all’aumentare dello streaming: i download sono in calo altrettanto rapidamente in mercati in cui Spotify non esiste, come ad esempio in Canada. Inoltre ci sono artisti (Daft Punk, Calvin Harris, Eminem) che hanno venduto molto pur essendo molto ascoltati in streaming che quindi ha funzionato molto bene come canale promozionale.

Chi ha ragione?

Lo streaming paga pochissimo, inutile negare quello che sostengono gli artisti, ma anche le ragioni del novello icaro della musica non sono campate in aria. Di mezzo ci sono interessi di miliardi di dollari. Se con l’avvento della musica online è stato molto ridimensionato il ruolo delle major che per decine di anni avevano avuto in mano il monopolio del mercato musicale, ora arriva un giovanotto svedese a fare vedere i sorci verdi alla Apple che con iTunes ha dominato il mercato per molti anni. Gli artisti arrancano ma non si può non considerare che oltre al mercato è l’intera società ad essere cambiata e con essa i bisogni dei consumatori.

Massimizzare il valore di quale musica? Daniel Ek sostiene di essere dalla parte degli artisti per convincere gli utenti a pagarla. Il problema è che nei suoi calcoli ci sono le Mega star da milioni di brani ascoltati, non i piccoli artisti che non si capisce bene di cosa potranno vivere in futuro e probabilmente nei suoi pensieri non c’è nemmeno la musica, quella con la M maiuscola, trasformata in pochissimo tempo da ‘arte’ in ‘click’. Ma questo è un altro discorso…