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Greenwashing, ovvero darsi una pennellata di verde per sembrare sostenibili, rispettosi dell’ambiente e quindi apparire moderni e vendere di più. Sempre più aziende ci tentano: i consumatori ci cascano?

Discariche a cielo aperto, aria irrespirabile, fiumi che diventano fogne e divieti di balneazione al mare: non serve essere intellettuali radical chic per capire che tra i problemi principali dell’era moderna ci sono inquinamento e insostenibilità di un sistema economico basato esclusivamente sul consumo. Eppure di consumo la società vive, tanto che il problema dell’economia sembra essere riassunto sempre e solo nella parola ‘crescita’. Ecco allora che davanti ad una presunta maggiore consapevolezza dei consumatori, i produttori inboccano la strada del sostenibile o dell’impatto zero: produco cercando di fare meno danni possibile e nel caso compenso con attività in grado di migliorare l’ambiente.

Sarà vero? Non sempre, tanto che in America, che di queste cose se ne intendono molto più di noi, è nato il neologismo Greenwashing. In pratica chi finge di preoccuparsi dell’ambiente, e magari riempie di paroloni eco friendly e di colore verde le pubblicità e la comunicazione della sua azienda, ma alla fine continua imperterrito nel produrre in modo intensivo mirando esclusivamente al profitto. D’altronde manager e pubblicitari lo sanno bene: anche in periodi di crisi, i consumatori sono addirittura disposti a pagare un pò di più per prodotti o servizi nel segno di eticità e sostenibilità ambientale. Ma dovranno stare sempre più attenti: secondo alcuni sondaggi sembra che meno di 1 consumatore su 5 creda fino in fondo delle credenziali ecologiste delle società. Meglio così: più i consumatori saranno consapevoli e più gli opportunisti del Greenwashing si rovineranno con le loro mani.