Fondazione Prada mostre film concerti

La nuova sede della Fondazione Prada ha trasformato un’intera zona di Milano. Mostre d’arte contemporanea, proiezioni di film, conferenze, concerti e attività educative prima di concedersi una pausa in bar chic dal gusto retrò

La Fondazione Prada è oramai una realtà consolidata nell’arte internazionale, meta irrinunciabile di turisti e appassionati di tutto il mondo, che riceve ambiti premi come il Global Fine Art Awards di New York. L’idea vincente è stata rinnovare diciannovemila metri quadrati di una fabbrica dei primi del Novecento a Sud di Milano, mantenendo sette edifici pre-esistenti e creando tre nuove costruzioni (Podium, Cinema e Torre) che in qualche modo dialogano con le presenti. Un progetto architettonico di tipo conservativo sviluppato dallo Studio OMA guidato dal famoso architetto olandese Rem Koohlaas amico e collaboratore di Miuccia Prada da diversi anni.

A completare l’opera, il caffè situato proprio nell’edificio d’entrata, studiato su misura dal regista di culto Wes Anderson, quello di Grand Budapest Hotel. Si chiama Bar Luce e appare come un tipico locale storico milanese. Le decorazioni alle pareti e al soffitto riprendono quelle presenti nella Galleria Vittorio Emanuele, con un arredamento chic che ricorda i film italiani degli anni Cinquanta e Sessanta. Le ampie vetrate, i tavoli e sedie in formica dai colori pastello e un grande bancone in stile completano l’opera con una scelta di dolci della pasticceria Marchesi per una colazione o aperitivo di qualità.

Mostre alla Fondazione Prada

Dall’inaugurazione del 2015 il programma si è sviluppato con una serie di progetti ed esposizioni di opere d’arte moderna e contemporanea del XX e XXI secolo. Dalle installazioni permanenti alle mostre temporanee e rassegne cinematografiche negli spazi appositi creati all’interno della vasta area. Inoltre è possibile partecipare alle attività educative dell’Accademia dei bambini, un progetto sviluppato in collaborazione con 18 studenti dell’École nationale supérieure d’architecture de Versailles.

Tutto avviene in Largo Isarco 2, facilmente riconoscibile anche da lontano per chi arriva da P.ta Romana percorrendo C.so Lodi fino in cima al ponte della ferrovia: l’edificio color oro spicca all’interno del complesso. L’ingresso alla cittadella e l’accesso al bar e ad alcuni spazi come quello per bambini e alla biblioteca è gratuito, mentre per una vista all’intera Fondazione Prada è necessario l’acquisto di un biglietto. Di seguito, una rassegna di alcune mostre tenute in questi anni.

Atlante del gesto

Atlante del gesto è stato un progetto basato su danza, movimento e musica, ideato Virgilio Sieni, coreografo e danzatore di livello internazionale, direttore del settore danza della Biennale di Venezia e protagonista della scena artistica contemporanea fin dai primi anni ’80. Una serie di cicli coreografici con l’ambizione di andare oltre i tradizionali stilemi della fruizione emozionale di un’opera d’arte, riprendendo il concetto di performance art nata alla fine degli anni ’60, con il pubblico invitato a spostarsi per seguire e assistere ai vari momenti della drammaturgia.

Il risultato è un’opera decisamente efficace che si fonde con l’ambiente e le persone, accompagnata da una colonna sonora evocatrice e ben studiata, suonata dal vivo da due musicisti che mischiano suoni, musica minimalista, elettronica, chitarre elettriche e percussioni. Le statue della precedente esposizione d’arte antica Serial Classic, sono sostituite dalla vitalità, dai gesti e dalle coreografie dei corpi di 74 danzatori professionisti e non – ci sono anche normali appassionati tra i 10 e gli 80 anni e madri con figli – che dall’essere avvolti dalle pareti vetrate del Podium si spostano negli spazi esterni sviluppando la performance in cinque cicli coreografici: Origine, Rituale, Annuncio, Gravità e Nudità.

Troublemakers, storia land art

Troublemakers: the story of land art è un film doc del regista e curatore James Crump presentato in anteprima europea presso la Fondazione Prada di Milano. Ricostruisce la storia di un manipolo di artisti che si sono inventati un nuovo genere tra la fine del 1960 e primi anni 1970: Robert Smithson (Spiral Jetty), Walter De Maria (The Lightning Field) e Michael Heizer (Double Negative).

L’arte dei Troublemakers (Facinorosi) è un’arte di rottura rispetto ai canoni tradizionali della realizzazione e della fruizione dell’opera, un tentativo di superare i limiti della pittura e della scultura con la produzione di lavori creati scavando la terra negli spazi desolati del deserto del sud-ovest americano. Una impresa per certi versi eroica e non solo da un punto di vista materiale, fisico e psicologico, ma anche perchè priva di qualsiasi idea commerciale o speculativa propria dell’arte moderna.

Attraverso una serie di immagini di repertorio raccontate dalla voce di compagni di viaggio e artisti che ne hanno condiviso il percorso, insieme a nuove riprese realizzate dall’elicottero, scopriamo che l’idea di modificare l’ambiente naturale attraverso lavori di land art su laghi, deserti, montagne e pianure, nasconde una visione rivoluzionaria al limite della sperimentazione: non c’è l’oggetto da possedere, non ci sono banalità e discussioni di teorici o critici, c’è solo la terra in cui perdersi, fino a venirne sommersi.

Recto Verso, retro dei quadri

Guardare il retro di un quadro è sicuramente un’esperienza interessante: analizzare da vicino un telaio che a prima vista è solo legno bianco sporco o beige, può fare scoprire scritte, etichette, francobolli che rivelano molte informazioni su un’opera d’arte, sul suo stato di conservazione, ma anche sull’età e sull’origine del dipinto, piuttosto che sul tempo impiegato dall’artista per completarlo. Inoltre le etichette possono mostrare la storia espositiva nei musei e nelle gallerie. Quelle sul retro dei quadri sono quindi informazioni importanti anche se quasi sempre destinate agli addetti ai lavori: ma siamo sicuri che ciò che è nascosto non possa dire anche dell’altro?

La mostra tematica Recto Verso concepita dal Thought Council per la Fondazione Prada ha suggerito l’esistenza di un modo non convenzionale di intendere il retro di un’opera, non come elemento da nascondere, ma come vero protagonista del quadro. Lo fa presentando opere di artisti attivi negli ultimi due secoli nel campo della pittura come Louis-Léopold Boilly, Roy Lichtenstein e Luca Bertolo, della fotografia come Thomas Demand, Philippe Gronon o nelle installazioni di Gerard Byrne, Matts Leiderstam e Ian Wallace.

Il Verso di un quadro può così diventare un muro per scrivere slogan espliciti come nel caso dell’opera esposta di Gastone Novelli contro la Biennale di Venezia nel 1968, può essere il vero punto da osservare come nelle opere di Llyn Foulkes e di Giulio Paolini, o diventare un elemento che completa il Recto come nei lavori di Alberto Burri. Ma la commistione tra Recto e Verso può essere anche il vero significato dell’opera che perde il piano bidimensionale acquistando una nuova dimensione tridimensionale attraverso cui comunicare.

Goshka Macuga

La ricerca di Goshka Macuga, che all’interno degli spazi della Fondazione Prada ha presentato “To the son of man who ate the scrool”, va ben oltre anche la tradizionale distinzione delle categorie di pittura, scultura, installazione e fotografia. Siamo davanti ad una completa opera di destrutturizzazione dell’arte a cominciare dai ruoli. Autore, curatore, collezionista e poi ancora ideatore di mostre, sono qui riuniti in un’unica persona che sembra volere negare la sua presenza e quella dell’uomo.

Accolglievano il visitatore forme e opere di grandi dimensioni, tra cui una enorme palla color oro e una sorta di asteroide collegata al soffitto, di artisti che in qualche modo richiamano l’idea del cosmo (Lucio Fontana, Alberto Giacometti, Phyllida Barlow, Robert Breer), rendendo quasi superflua la presenza umana, mentre un robot androide seduto sul freddo travertino mentre declama discorsi di grandi pensatori.

Al padiglione superiore l’installazione “Before the Beginning and after the end” era formata da cinque lunghi tavoli di metallo ricoperti da un foglio di carta su cui sono disegnati degli schizzi con penne a biro su cui poggiano libri antichi, sculture, opere originali d’arte antica e contemporanea. Partendo da una coppia di uomini nudi, gli elementi sui tavoli diventano sempre più rari proseguendo verso il fondo della sala, dove si avverte un rumore e si scopre che chi ha disegnato sui fogli, compiendo una narrazione che in qualche modo si sovrappone alla storia umana fino a renderla ancora una volta superflua, è il sistema robotico “Paul n” ideato da Patrick Tresset, artista francese da sempre affascinato dal mondo della scienza.

Nella Cisterna, spazio espositivo ricavato all’interno della zona che ospitava i serbatoi della ex fabbrica su cui sorge la Fondazione Prada, l’arte di Goshka Macuga diventava narrazione capace di richiamare significati che vanno ben oltre la realizzazione di 73 teste di importanti figure storiche e contemporanee (da Albert Einstein fino a Sigmund Freud, da Carl Marx a Martin Luther King) infilzate e collegate da barre sottili di metallo.

L’immagine rubata

L’image volée (L’immagine rubata) presentava un centinaio di lavori realizzati da 60 artisti dai primi dell’ottocento ad oggi, una carrellata di opere contenenti riferimenti a periodi artistici o copie di immagini pre-esistenti che in qualche modo vengono rielaborate o fatte proprie. Il merito della mostra è sicuramente quello di considerare l’esistenza di un percorso artistico al confine tra creazione, copia o addirittura furto rivelato, se non ostentato, che diventa cifra stilistica.

D’altronde l’argomento dell’originalità del gesto creativo non ha mai finito di stimolare discussioni in ambito artistico e non solo. Molti tra i più grandi pensatori, filosofi, musicisti, scrittori, stilisti e scienziati del presente e del passato non si sono mai preoccupati di nascondere il furto e casomai hanno sempre ostentato la loro voglia di rubare. “Solo chi non ha memoria insiste sulla propria originalità.” diceva Coco Chanel, “Il segreto della creatività è saper nascondere le proprie fonti.” aggiungeva Albert Einstein.

In più l’arte moderna vive di contraddizioni e si alimenta da sempre di scambi e conflitti, gli stessi che le persone vivono tutti i giorni. Perché anche se la vita contemporanea spesso si rifugia nell’astuzia e nella mediazione, l’arte contemporanea dovrebbe essere prima di tutto un’esperienza di rottura piena di idee insostenibili, così come apparentemente è insostenibile una immagine rubata, una copia davanti al suo originale.

Nel percorso espositivo curato da Thomas Demand si va dall’appropriazione fisica dell’oggetto alla sua assenza fino alla copia e ci si interroga anche su un aspetto con cui tutti i giorni abbiamo a che fare, l’immagine rubata alla nostra privacy e il confine sempre più labile tra privato e pubblico. Alla fine fanno bella mostra di sè gli apparecchi che la DDR e l’Unione Sovietica utilizzavano per spiare i propri cittadini, molti anni prima che Facebook ci chiedesse il nostro nome e sapesse tutto di noi e della nostra faccia.

Kienholz arte spazzatura

L’Arte del riciclo come forma della creatività sostenibile non è una novità di questi tempi. Molti decenni prima della presa di coscienza ambientalista, Edward Kienholz (1927 – 1994) completo autodidatta, nell’utilizzo di oggetti di scarto ha fatto la propria cifra stilistica per un’arte istintiva, popolare, sporca e perversa. Le opere di Kienholz sono segnate dal “peso di essere americano”, una condizione di disagio che cresce in un momento storico in cui lo sviluppo economico impone il consumismo come regola del vivere sereno. Chi non ci crede trova più interessante affrontare temi reali della società come morte, guerra, violenza sulle donne e mercificazione del loro corpo, discriminazioni razziali e intolleranza religiosa.

Se per gli artisti uscire dal soffice terreno del conformismo non è una novità, Kienholz non usa nemmeno il pennello per esprimere la sua personale visione del mondo, ma per trovare l’essenza dell’arte usa materiali di recupero che raccoglie nei suoi dintorni. In questo è facilitato dal non vivere in condizione agiata, anzi dall’essere agli inizi della carriera completamente al verde, più vicino a discariche e a posti improbabili da cui attinge i materiali per le sue opere. Kienholz prende la spazzatura e gli scarti della società per trasformarli in oggetti dalle forme impressionanti e a volte scioccanti.

Il bello è che queste forme di artista che vive ai margini ‘come una termite’ lavorando in uno studio da 10 dollari al mese e guadagnandosi da vivere anche come falegname e tappezziere, poi ritrovano il modo per rientrare nelle case, nelle gallerie e nei musei più famosi di tutto il mondo, certamente urtando qualche sensibilità come nel caso dell’opera Chest of drawers & Tv qui di lato che rappresenta il suo controverso rapporto con la televisione come mezzo espressivo di massa.

Five car stud, l’opera che intitola la mostra, creata da Kienholz tra il 1969 e il 1972, in particolare viene ripresentata al pubblico dopo essere stata nel deposito di un collezionista giapponese per oltre 40 anni. Ci si muove tra manichini, in una sala buia illuminata solamente da fari di auto americane, catapultati in una scena di violenza razziale dal realismo impressionante. Manichini, pezzi di auto, vecchi televisori, giostre dal sapore amaro: 25 sue ‘costruzioni’ sono da ‘toccare’ in un percorso narrativo simbolico di sicuro effetto, quanto mai attuale e su cui riflettere.

Rai Tv: Italia anni ’70

Dare un senso al flusso televisivo è stato il compito della mostra TV 70: Francesco Vezzoli guarda la Rai della Fondazione Prada di Milano. Si tratta di una operazione di rivisitazione storica mediata da uno dei più famosi artisti contemporanei italiani. Vezzoli in questo caso utilizza il materiale di archivio quasi come fosse un pennello. Il suo è un percorso di ricerca visiva e multimediale dove immagini, musica, spettacolo e informazione si mischiano ad aspetti sociali, culturali ed estetici inaspettatamente emozionanti.

Sviluppata dall’artista in collaborazione con la Rai, la mostra raccoglieva alcune opere, frammenti di video e installazioni divise in tre sezioni: arte, politica e intrattenimento. Si passa da Schifano, Guttuso, Burri a Pasolini e Ermanno Olmi passando dai volti del telegiornale fino ad arrivare a Mina e Raffaella Carrà. Icone televisive e fatti di cronaca e sociali degli anni settanta vengono presentati in modo originale, con montaggi a volte surreali.

Per creare un impatto emotivo più forte gli spazi della Fondazione Prada sono stati trasformati in ambienti molto particolari. Grandi schermi, sale buie e quasi claustrofobiche con richiami agli anni ’70 sollecitano i sensi con esperienze visuali, sonore e tattili. Si cammina su una moquette rossa colpiti da rivolte studentesche e slogan femministi. Tra nostalgie, ricordi individuali e abbagli collettivi c’è spazio per riflettere. Sul nostro passato, ma specialmente sulla strada per il futuro.