Fare il musicista

E’ ancora possibile fare il musicista nell’era del social marketing e dello streaming? Quanto conta sapere suonare e cantare, avere talento e creatività piuttosto che essere seguiti da milioni di followers per il vestito?

Fare il musicista nell’era del social marketing è complicato. Innanzitutto perchè ci sono meno soldi e opportunità per suonare, ma non solo. La musica riassume perfettamente tutte le ansie dell’epoca moderna. La rivoluzione tecnologica da un lato rende tutto più veloce, ma dall’altro non è in grado di offrire una direzione migliore se non quella del mercato. Almeno ne esistesse ancora uno.

Fare il musicista certo è sempre stato difficile. Perchè oggi intraprendere una carriera musicale dovrebbe essere più complicato di ieri? Sicuramente tutto è cambiato. Basta chiedersi come siano arrivati al successo i vari Lucio Dalla, Vasco Rossi, Eros Ramazzotti. Succedeva che ci fossero produttori illuminati colpiti dal loro talento e case discografiche disposte a farli crescere lentamente, investendo in loro a poco a poco, disco dopo disco, fino ad arrivare al successo. Un’idea romantica della musica e forse anche della vita, che oggi sembra non esistere più. Colpa della crisi, della pirateria e di un modello di consumo basato sull’usa e getta, non solo in campo musicale.

Oggi artisti ed etichette non possono permettersi la gavetta, devono bruciare le tappe e fare sforzi incredibili per sopravvivere in un mondo dove il puro talento c’entra poco. Ma la musica intesa come vibrazione capace di accendere l’animo umano comunicando pure e semplici emozioni esiste ancora? Forse per qualche genere di nicchia e per la musica cosiddetta colta, non per il mainstream.

Musica come prodotto

Per la stragrande maggioranza delle persone la musica è un prodotto come un altro. Agli occhi del pubblico un artista esiste se compare spesso in televisione o il suo video diventa virale. E’ un marchio di fabbrica di tendenza alla cui riuscita concorrono mille fattori diversi nelle varie fasi di produzione, distribuzione e comunicazione. Vendere canzoni significa sapere mettere in moto un numero sempre maggiore di iterazioni con il mondo esterno della comunicazione: Facebook, Twitter, Blog, community, concerti, moda, merchandising.

L’alternativa per chi non accetta queste regole del gioco non è vendere poco, starsene serenamente ai margini coltivando un proprio orticello. Oggi non c’è nessun piccolo mondo antico basato sui bei sentimenti da condividere con un pubblico in grado di ascoltare cercando di capire cosa succede oltre il frastuono di un mercato vorace. L’alternativa è non esistere, non fare più il musicista e cambiare lavoro. Che per chi crede di avere talento non è proprio il massimo. E’ vero, c’è di peggio e tutti si lamentano della propria situazione. Ma il ruolo della musica è anche sociale: se Vasco Rossi non fosse stato scoperto e facesse il barista le persone sarebbero più contente?

Il mercato dello streaming

Oggi fare il musicista è più complicato di ieri anche perchè non esiste più un mercato. Può reggersi un settore se prodotto e promozione sono la stessa cosa? E’ ciò che sta succedendo nell’era dello streaming musicale. Chi ha studiato economia saprà che nel marketing esiste la legge delle quattro P: Product (Prodotto), Price (Prezzo), Place (Punto Vendita), Promotion (Promozione). Dov’è il prodotto nella musica? YouTube è la piattaforma più usata per trovare musica e per ascoltarla. Punto e stop. Per la maggior parte di chi naviga online YouTube è la meta, non è il viaggio per arrivare a qualcos’altro.

Nello streaming il prodotto non esiste. E’ promozione, scoperta e ascolto tutto insieme, a gratis o quasi. D’altronde lo streaming è nato per offrire al pubblico una alternativa legale alla pirateria. Le persone non devono scaricare nulla, non hanno bisogno di un supporto fisico e soprattutto non devono pagare nulla, se non sorbirsi degli spot. Un discorso che non fa una piega. Se non fosse che in qualche modo le case discografiche e gli artisti devono campare. Ed ecco la trovata degli abbonamenti che non a caso ultimamente riguardano il nuovo YouTube music.

La sfida dei servizi di streaming è fare in modo che gli appassionati, ascoltando gratuitamente un brano o la musica di un artista, ne vengano talmente coinvolti da desiderare di poterne disporre quando e come vogliono, pagando un abbonamento. La capacità di attrazione dello streaming sul pubblico secondo gli studi è tre volte maggiore che ascoltando un brano alla radio. Insomma per quanto riguarda la promozione streaming batte radio 3-0. Peccato che quando si tratta di trasformare questo interesse in soldoni solo una minima parte di consumatori è disposta a pagare un servizio in abbonamento senza pubblicità e con contenuti extra.

Fare il musicista con lo streaming

Ma se Spotify si finanzia in borsa per risolvere l’eventuale insostenibilità economica dello streaming, sono gli artisti a non passarsela bene, specie gli indipendenti e i piccoli. E’ vero, i ricavi del settore musica si sono appena ripresi da continui cali, ma i guadagni per i musicisti con lo streaming continuano a diminuire. Le royalties sono decisamente inferiori a quelle del download di mp3, che a loro volta erano inferiori a quelle della vendita di CD. Contemporanemente ai concerti va meno gente, anche perchè i costi nel loro insieme tra trasporti, parcheggio, biglietti e panino sono diventati troppo alti.

Fare il musicista ai tempi dello streaming avendo la speranza di guadagnare qualcosa significa attrarre orde di pubblico e ricevere moltissimi click. Sono i followers a fare guadagnare. Il problema è che ne servono milioni, cosa impossibile per quasi tutti gli aspiranti musicisti. Ma anche per i professionisti non dotati di una seria struttura di comunicazione e marketing dai costi insostenibili. Se il tentativo di ottenere esposizione attraverso video in modo virale è oramai anch’esso troppo sfruttato, tocca studiare nuove strade.

Fare il musicista nell’era social

Oggi fare il musicista significa prima di tutto essere esperti di social media, comprendere il modo in cui attrarre i fans e dialogare con loro in ogni momento. E’ necessario sapersi spogliare di quella sana sfera personale che da sempre è l’unica fonte di pensieri e idee che alimentano creatività e talento, per buttarsi nel calderone del flusso di notizie. Facebook, Twitter, Instagram e un altro genere di social online sono lì apposta a richiedere e pretendere tempo e attenzioni.

La speranza o il sogno di molti artisti per incrementare i ricavi, è anche vedere un proprio brano sonorizzare uno spot, un programma televisivo, un film o telefilm. Ma non è semplice entrare nelle grazie di agenzie pubblicitarie e sound designer. Allora è anche soprattutto nel marketing che bisogna essere creativi. Gli artisti più ricchi ad esempio vendono profumi con il loro marchio. Ma bisogna davvero essere molto famosi. Gli altri cercano nuove strade alternative e qualche testimonial inaspettato capace di veicolare la propria musica.

Ci sono artisti che per farsi pubblicità si affidano perfino ai giocatori di poker, meglio vincenti, che hanno blog e pagine facebook da centinaia di migliaia di visite e possono parlare della musica che ascoltano in cuffia durante il gioco. Qualcuno cerca di promuoversi tramite blogger o influencer che parlano di moda, tendenze e stili di vita, magari di nicchie particolari, come ad esempio i vegani. Insomma fare il musicista nell’era del social marketing non è proprio facile. E soprattutto è uno sporco e duro lavoro che con la musica potrebbe c’entrare davvero poco.