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La musica riassume perfettamente tutte le ansie dell’epoca moderna con una rivoluzione tecnologica e social che se da un lato rende tutto più veloce, dall’altro non è in grado di offrire una direzione migliore se non quella del mercato: com’è fare il musicista nell’era del marketing?

Vedere in televisione Luciano Ligabue e Francesco De Gregori cantare insieme ‘Alice’ a ‘Che tempo che fa’ di Fabio Fazio una volta sarebbe stata una cosa fenomenale, da parlarne per mesi interi. Ora invece tutto diventa normale, come normale sentire De Gregori dire che l’andare in giro a promuovere un disco o un tour una volta lo considerava odioso, quasi contrario alla sua etica, mentre oggi quasi si diverte: ‘…e poi lo fanno tutti’. Il dubbio è che senza l’odiata promozione, una delle 4 P delle leggi del marketing, oggi non si vada davvero da nessuna parte, anche perchè nello streaming prodotto e promozione sono la stessa cosa.

D’altronde è noto come nell’era dello streaming molti artisti non se la passino bene, specie gli indipendenti e i piccoli. Se i ricavi del settore musica nel suo complesso sono in continuo calo da oltre 10 anni, i guadagni per gli artisti continuano a diminuire con l’avvento di ogni nuovo sistema di distribuzione: le royalties dello streaming sono decisamente inferiori a quelle del download, che a loro volta erano inferiori a quelle della vendita di CD. Contemporanemente ai concerti va meno gente, anche perchè i costi nel loro insieme tra trasporti, parcheggio, biglietti, panino ecc. sono diventati troppo alti.

Siamo quindi al punto che oggi un artista più che essere un musicista di talento deve essere un esperto di social media, comprendere il modo in cui attrarre i fans, dialogare con loro in ogni momento spogliandosi di quella sana sfera personale capace di alimentare la mente creatività per buttarsi nel calderone del flusso di notizie. Facebook, Twitter, Instagram e un altro stuolo di servizi sono lì apposta a richiere tempo e attenzioni per dare attenzione e qualche click in più, che alla fine sono quelli che fanno guadagnare.

Il problema è che per guadagnare qualche cosa di click ce ne vogliono milioni, cosa impossibile per quasi tutti gli aspiranti musicisti, ma anche per i professionisti non dotati di una seria struttura di comunicazione e marketing dai costi insostenibili. Se il tentativo di ottenere esposizione attraverso video in modo virale è oramai anch’esso troppo sfruttato, in America si studiano nuove strade. Ad esempio vedere un proprio brano sonorizzare uno spot, un programma televisivo, un film o telefilm è il sogno di molti artisti per incrementare i ricavi, ma non è semplice entrare nelle grazie di agenzie pubblicitarie e sound designer.

Allora anche nel marketing si tratta di essere creativi cercando nuove strade alternative e magari testimonial inaspettati capaci di veicolare la propria musica. Tutto fa brodo: qualcuno si affida ai giocatori di poker – meglio vincenti – che sui loro blog da centinaia di migliaia di visite parlano volentieri della musica ascoltata in cuffia durante il gioco; qualcuno cerca di promuoversi tramite blogger influenti nei settori stili di vita, tendenze, magari in nicchie particolari come ad esempio i vegani. Insomma, il lavoro dell’artista è destinato a cambiare e non poco, ma non vi preoccupate: De Gregori e Ligabue lo hanno già capito…