Streaming, nuova panacea contro tutti i mali o fine del mercato della musica e dei suoi talenti? C’è grande fermento attorno al tema dello streaming ed il motivo è semplice, tutte le grandi società online stanno affilando le armi per partecipare al banchetto: con quali prospettiva per il futuro della musica? Facciamoci qualche domanda.

Boom dello streaming Inutile negarlo, che lo streaming stia battendo il download e mettendo fuori gioco la pirateria lo dicono i numeri. Secondo Nielsen in America nel 2013 il 68% dei consumatori ha utilizzato lo streaming per ascoltare musica: nei primi 6 mesi del 2014 c’è stato un ulteriore incremento del 42% sullo stesso periodo dell’anno precedente mentre i download calavano di oltre il 10%. Per Generator Research i 767 milioni di iscritti attuali a servizi musicali nel mondo (36 milioni a pagamento) potrebbero diventare 1,7 miliardi entro il 2017 (di cui 125 milioni a pagamento) permettendo di incrementare le entrate per lo streaming musicale di 2,9 miliardi dollari.

Aziende e mercato Per stare al passo con questa nuova rivoluzione della musica Google ha acquisito Songza e poi annunciato YouTube Music Key, Apple ha comprato Beats, Amazon ha lanciato il servizio PrimeMusic mentre Spotify, Rhapsody, Pandora, Rdio che già offrono musica in streaming, sono impegnate più che mai nel rendere più appetibili le loro offerte realizzando partnership e accordi di ogni tipo per trattenere i loro utenti che comunque non sono ancora sufficienti per garantire reddittività ai servizi. Spotify ad esempio ha perdite accumulate di oltre 200milioni di dollari poichè oltre ai costi di gestione il 70% dei ricavi se ne va in royalties per le case discografiche.

Modello di business La vera incognita dello streaming è proprio questa: è sostenibile economicamente? Se nella società del consumo vince chi offre la merce al costo più basso, siamo sicuri che queste logiche applicate alla musica possano funzionare? Pensare alla musica come merce non è certo il massimo ma non serve negare che anche in questo ambito il marketing sia sempre più importante. Senza farne un discorso etico e di valori, rimanendo pure con i piedi per terra, nella discussione sulla sostenibilità di un modello economico nella musica c’è da considerare un’intera filiera che all’inizio vede la figura dell’artista.

Vita da artista Ecco perchè nell’era dello streaming è necessario farsi delle domande, specie se non ci si chiama Taylor Swift: riusciranno ancora i musicisti a vivere di musica o per sostenersi dovranno rivolgersi al crowdfunding o a qualche mecenate come ai vecchi tempi? Se lo streaming necessita per definizione di grandi numeri, i piccoli artisti indipendenti che non hanno linee di profumi o di abbigliamento legate al loro marchio di cosa camperanno?

Quale musica sopravviverà Qui si apre una ulteriore parentesi, anzi un problema grosso come una casa: se i migliori talenti dovranno necessariamente allontanarsi dalle grandi etichette per guadagnarsi da vivere con l’insegnamento, produzioni minori, concertini…, alla fine alla gente che musica rimarrà da ascoltare? Ci saranno ripercussioni ancora più importanti rispetto al passato sui gusti del pubblico e sull’evoluzione della musica?