disco in vinile

I dischi in vinile rappresentano l’altra faccia del mercato musicale. Sempre più appassionati vanno alla ricerca di Lp a 33 giri vintage in mercatini e record store day. Solo nostalgia del passato, una vera retromania o cos’altro?

I dischi in vinile sono stati dati per finiti mille volte: hanno visto nascere i cd, poi gli mp3 e successivamente lo streaming, ma malgrado tutto godono ancora oggi di ottima salute. Ogni anno vengono celebrati nel Record store day, una vera festa di appassionati di vinili che si contano in milioni in tutto il mondo. Evidentemente non si vive solo di streaming e di Spotify ascoltato con uno smartphone nella solitudine delle cuffiette. C’è ancora chi sogna una musica fisica, che si possa toccare e magari ascoltare con una qualità del suono analogico migliore o comunque diversa.

Da una parte c’è la musica impalpabile fatta di playlist più o meno gratis, che magari nemmeno si scelgono e si subiscono sullo smartphone. Dall’altra c’è il gusto di avere tra le mani un oggetto fisico che ha una storia tramandata di padre in figlio. Con il vinile l’esperienza d’ascolto diventa un rituale capace di mantere tutto il fascino antico, malgrado il prezzo. Anzi, proprio perchè ha un prezzo. Così sono tutti contenti: pubblico e industria. Perchè acquistare vinile significa anche riscoprire il valore economico della musica.

Origine dischi in vinile

Il primo long playing a 33 giri della storia destinato a sostituire il 78 giri venne stampato dalla Columbia Records il 21 giugno 1948, un anno prima dell’uscita sul mercato dei 45 giri prodotti dalla Rca. La storia dei dischi in vinile però comincia molto tempo prima, con i precursori del grammofono. Édouard-Léon Scott nel 1857 inventò il primo registratore di suoni che venivano impressi su un foglio, ma non potevano essere riprodotti. Solo nel 1877 Thomas Edison inventò il fonografo che poteva anche riprodurre i suoni registrati su un cilindro di carta stagnola sostituito poi da uno di cera.

Il grammofono costruito da Emile Berliner all’incirca nel 1890 è però il vero precursore del giradischi. Consentiva di ascoltare musica registrata grazie ad un corno che riproduceva le vibrazioni. I primi dischi di zinco ricoperti di cera d’api avevano una qualità sonora davvero scarsa e vennero commercializzati nel 1889 a Berlino come si trattasse di un gioco. Nei decenni successivi il sistema di registrazione e riproduzione fu migliorato anche se alcuni strumenti erano ancora poco udibili. Nel 1925 la Western Electric riuscì ad amplificare il suono con un microfono per poi riprodurlo con un amplificatore valvolare. Nel frattempo si costruirono dischi in gommalacca e dopo la guerra arrivò il vinile.

Perchè ascoltare dischi in vinile

Abbiamo visto che il primo disco in vinile è stato venduto nel 1948. Come mai ancora tanta gente lo ama? L’effetto nostalgia non convince come spiegazione. Sarà l’attrazione per il vintage e la voglia di avere tra le mani un supporto fisico bello da vedere e con grandi foto dell’artista preferito di cui innamorarsi? Forse tutti questi fattori insieme che oggi sono interpretati dal mercato meglio che negli scorsi anni. In realtà il pubblico non utilizza più un solo sistema per ascoltare musica. Chi mette un disco sul piatto del giradischi non disdegna di fare zapping tra le ultime uscite discografiche che ascolta su servizi come Spotify. Streaming e vinili possono convivere tranquillamente.

C’è chi adora i dischi in vinile per la loro presunta fragilità che necessità di attenzione e cura. Chi si lamenta della dimensione e del peso degli album a 33 giri, quando altri amano mettere in mostra il loro bel giradischi. Certo durano troppo poco, bisogna girare il disco per ascoltare il lato b. Il vinile è roba da nostalgici, da giovani in cerca di emozioni vintage o da puri cultori del suono profondo e ricco di particolari capaci di emozionare come in un live? Chissà, tra vinili, cd e mp3 si ha a che fare proprio con modi differenti di intendere la musica e forse non solo quella. In ogni caso i fans sono in costante aumento.

Il bello di un Lp 33 giri

Il bello di un disco comincia dalla copertina e prosegue fino al fruscio della puntina sul giradischi di casa. Mentre si ascolta un lp si possono leggere per ore le storie in copertina. C’è un che di spirituale nel tenere un album in mano e leggere i testi perdendosi nelle canzoni. Con internet e la musica digitale la fruizione della musica è cambiata radicalmente, ma non stupisce che tante persone ritengano ancora fondamentale conservare un approccio fisico alla musica per preservarne la sua forza creatrice di identità.

Qualcuno la chiama addirittura Retromania, ma i dischi in vinile e la musica analogica vintage non smettono di appassionare giovani e meno giovani alla ricerca di un modo più autentico di intendere l’arte musicale. Quella dei dischi a 33 giri è una nicchia di mercato che comunque interessa anche l’industria dello spettacolo che non a caso ne ha celebrato i fasti e le contraddizioni anche con una serie tv. Si intitolava Vinyl ed era ideata da Martin Scorsese, Mick Jagger e Terence Winter.

Vinile e mercato musica

I dischi in vinile possono arrivare a costare 4-5 volte l’album in formato mp3. Lo stesso album o 45 giri probabilmente si potrebbe trovare ancora gratis da qualche parte in internet. Eppure la gente è ben disposta a spendere quei soldi, così come non fa una piega quando acquista un paio di scarpe da ginnastica alla moda pagandole 10 volte le altre. E allora bastano 120.000 vinile venduti in una settimana per guadagnare più di 295.000 download digitali e di decine di milioni di ascolti in streaming.

Ecco perchè i dischi in vinile rappresentano una delle storie di successo più sorprendenti dell’era digitale. Certo la loro rinascita non cambia molto l’andamento complessivo del mercato della musica: siamo ancora molto lontani dal periodo d’oro degli anni ’80 o ’90. Nonostante le vendite di dischi vinile siano in crescita da 9 anni, le vendite di album a 33 e 45 giri infatti rappresentano attualmente meno del 2% del mercato globale della musica. Consideriamoli come un regalo dei fans agli artisti preferiti. É una delle poche volte che il cuore arriva prima del portafoglio e diventa possibile parlare di amore per la musica, magari incontrandosi nel giorno dedicato agli Lp.

Basta guardare i dati sulle vendite degli Lp in vinile degli ultimi anni per capire come il trend sia in costante crescita. Dati per morti nel 1980 con l’avvento del più comodo cd, di cui i puristi non apprezzeranno mai il suono digitale, i dischi a 33 giri malgrado i fruscii si sono ampiamente presi la loro rivincita. Ancora oggi tutti gli artisti pop propongono la versione in vinile dei loro album, non solo per nostalgici alla ricerca del passato.

Vinili più venduti

Sarà pure un mercato di nicchia, ma le cifre del fatturato e il successo di eventi come il Record Store Day sono lì a dimostrare che la musica non può essere solo fatta di click dello streaming. Se le vendite in Italia sono praticamente costanti negli ultimi anni con ricavi sopra i 2 milioni di euro all’anno a rappresentare il settimo mercato al mondo, in America e Inghilterra la crescita delle vendite di dischi in vinile è a due cifre da alcuni anni. Quali sono i dischi più venduti?

Oltre a Beatles e Rolling Stones che vanno alla grande con le ristampe dei loro lavori e ai collezionisti che si scambiano pezzi rari originali su eBay e sui mercatini online, una quota di circa il 5% rappresenta le vendite di Lp di ogni nuovo disco venduto. Ovviamente si tratta di una quota ridotta rispetto al mercato complessivo della musica, ma in America e Inghilterra le loro vendite crescono a doppia cifra da molti anni con un fatturato a livello globale che non si vedeva dal 1997.

Molti grandi rivenditori e catene di grandi magazzini come Tesco, Sainsbury e HMV, si sono messi a vendere anche dischi in vinile sui loro scaffali. Questa scelta ha avuto successo e sono parecchi anni che le vendite di dischi a 33 giri continuano a salire. Da fenomeno di nicchia, ora i dischi in vinile fanno il loro ingresso anche nei supermercati. Festeggiano le grandi catene e le case discografiche, ma non solo. Secondo un recente rapporto della British Phonographic Industry dalle vendite dei vinili anche i musicisti guadagnano molto più che con la musica digitale.

Devono essere soddisfatti anche piccoli negozi e rivenditori indipendenti che tutti gli anni animano il Record Store Day, mentre le etichette discografiche cavalcano l’onda rendendo disponibile tutte le loro nuove uscite a 33 giri. Poco importa se i dischi più venduti sono ristampe di gruppi rock storici come Stone Roses, Pink Floyd e Led Zeppelin. Il Vinyl Revival in America oggi riguarda il 3,5% delle vendite di album mentre dieci anni fa il vinile era solo allo 0,2% e così anche in Inghilterra il vinile ha circa il 3% delle vendite di album fisici complessive a testimoniare che non si tratta di una moda passeggera.

Record store day

Il Record Store Day è nato nel 2007, proprio all’inizio della fine dell’era della musica fisica. Un giorno dedicato ai negozi di dischi indipendenti, agli appassionati collezionisti o ai semplici ascoltatori che si svolge in Italia e in ogni parte del mondo come d’Europa. Un modo per fare incontrare offerta e pubblico e soprattutto chi crede che l’ascolto musicale sia qualcosa di più che semplici playlist preconfezionate. Pubblico e artisti animano mostre, eventi, concerti e spettacoli. Versioni speciali di album e lp vengono realizzati ogni anno per un appuntamento che coinvolge anche migliaia di cantanti e gruppi, famosi e non, oltre a tantissimi appassionati di vintage e vinile.

Ma i protagonisti sono soprattutto i piccoli negozi indipendenti o le piccole catene di dischi, che nei confronti dei giovani hanno sempre avuto anche un ruolo educativo e non solo nella musica. Chi è sopra i cinquanta sa che davanti alle vetrine ci si incontrava per parlare dell’ultima uscita dell’artista preferito, oltre a farsi consigliare dal negoziante e dalle altre persone su nuovi album e generi. Era un modo per condividere vere e proprie opere d’arte a 360 gradi. Per scoprire e partecipare a tutti gli eventi legati al programma è possibile visitare direttamente il portale della manifestazione e scoprire tutti gli indirizzi.

Retromania musicale e vinile

C’è anche chi interpreta questa nuova passione per il vinile e il vintage come una vera e propria Retromania. Lo pensa Simon Reynolds, giornalista e critico inglese di fama mondiale che collabora con le maggiori riviste musicali internazionali e che sull’argomento ha scritto un libro. Di cosa ha nostalgia il pubblico? Se pensiamo alle canzoni dei giorni nostri e al rapporto tra giovani e musica, non possiamo fare a meno di notare come più che di fenomeni musicali, oggi si parla di mercato, vendite o di supporti musicali.

La musica è sempre più associata cose come soldi e tecnologia, quasi mai all’estetica e non c’è nessuna riflessione sull’uomo essere ascoltatore. Forse sarà anche per questo che negli anni duemila non è nato nessun nuovo genere musicale e ben pochi artisti hanno prodotto brani e dischi che hanno lasciato un segno rivoluzionario. Ogni nuovo album in uscita oramai non dura che un battito di ciglia, tradotto in qualche settimana nei trend social. Le cose non sono sempre andate in questo modo. C’è stato un periodo in cui la musica e la cultura pop non solo sembravano proiettate verso il futuro, ma nascondevano sempre anche una speranza di cambiamento o qualcosa di realmente rivoluzionario.

Nostaglia del passato musicale

Cosa è cambiato rispetto ai decenni passati? Retromania per scoprirlo fa un’analisi davvero approfondita, per certi aspetti enciclopedica, ma indubbiamente affascinante di cinquant’anni di musica pop e non solo. Butta sul tavolo migliaia di riflessioni, interviste e conversazioni con artisti, produttori, ma anche filosofi e sociologi. E’ una ricerca mozzafiato che cerca di comprendere come nascono e in cosa si trasformano generi, stili e tendenze musicali, ma non solo.

Il fascino collettivo per il gusto del retrò, della nostalgia e del riciclo, non coinvolge solo la musica pop e i suoi fans, ma tutti i settori della creatività, dal cinema alla fotografia fino alla moda. Che sia un modo per spegnere l’innovazione, addormentare le coscienze e trasformare la cultura pop in roba da museo? E se ciò fosse vero, di chi è la colpa, della tecnologia che ha reso tutto facilmente riproducibile, campionabile e catalogabile? Dei media, dei giornalisti bolsi o dei critici? Oppure del marketing che annienta le menti?

Dove andrà la musica nel futuro?

Retromania non offre certezze, piuttosto speranze. Questo libro provocatorio e appassionato sulla nostalgia del passato di Simon Reynolds riflette sull’impulso da collezionista di dischi in vinile o altro e che sembra insito nella natura umana, ora irrimediabilmente attratta dalla noia dell’era digitale. Ma in fondo la nostalgia, che sicuramente attanaglia anche l’autore, è un sentimento nobile che comincia dall’amore e dalla passione per le cose. Certo, se manca la spinta verso la novità, viene da chiedersi quale sarà il senso della musica nel futuro. Forse una anticipazione oggi la troviamo negli esperimenti che riguardano l’apprendimento automatico e l’intelligenza artificiale.

Ma tra la sempre citata pirateria e le macchine che ci copiano per poi suonare da sole, il pericolo più grande per la musica potrebbe essere un’altro. Abbagliati dagli stimoli e dalla bulimia di contenuti, non sappiamo quasi nemmeno distinguere un titolo tra i brani che affollano le nostre Playlist. Nell’era digitale la nostalgia del passato non ha effetti solo sull’evoluzione della musica. Retromania sembra suggerirci che l’indifferenza per il futuro e la mancanza di consapevolezza per il presente non sono solo un fatto grave per le nostre orecchie, ma una vera minaccia per la nostra intelligenza, e in generale per l’uomo.