ragazzi guardano raccolte di lp musicali

Cos’è il diritto d’autore nella musica, chi gestisce i diritti musicali per chi scrive canzoni in Italia, in Europa e nel mondo? Dalla Siae alle nuove realtà che trattano le royalties per musicisti, artisti, autori, editori e produttori

Inutile negare che copyright e diritto d’autore non siano parole tanto amate dal pubblico che viceversa, con la musica digitale, si è mostrato molto attratto dalla parola gratis. Eppure è l’unico modo che abbia un artista o creativo di proteggere le proprie idee e farsi valere. Insomma il copyright è una specie di brevetto che riguarda note, parole e registrazioni e che difende diritti esclusivi su lavori creati per essere riprodotti meccanicamente (cd o vinile) o via etere (radio e streaming), ma anche nei concerti o nelle pubbliche esecuzioni più disparate.

Viene piuttosto da chiedersi se abbia ancora senso parlare di diritto d’autore nella musica nell’era dello streaming. Probabilmente ne ha più di prima, dato che in mancanza di supporti fisici da vendere, l’utilizzo delle opere musicali di qualsiasi genere avviene esclusivamente via etere. Questo utilizzo in qualche modo deve venire remunerato attraverso accordi che riguardano musicisti, artisti, editori e distributori di contenuti, siano essi servizi di streaming, televisioni, radio o siti web. Come vedremo in questo articolo esistono apposite società che si occupano della gestione dei diritti in un mercato in piena evoluzione.

Evoluzione diritto d’autore

L’evoluzione del diritto d’autore nella musica segue quella dei supporti musicali. Se partiamo dall’inizio, vediamo come nel corso della storia della musica per molti secoli le opere musicali si sono ascoltate solo dal vivo. Dopo molto tempo nell’era moderna è arrivata la musica registrata e le persone hanno potuto ascoltare pezzi musicali alla radio, con i dischi, in televisione e infine su internet. Malgrado una grande crisi abbia colpito l’industria musicale con l’avvento di mp3 e pirateria fino allo streaming, oggi di musica se ne ascolta sempre di più. Ci sono brani trasmessi in radio, tv o sul web, ma anche per strada, in locali e ristoranti, nei supermercati o in palestra, in streaming o mediante download, oppure ai concerti di ogni genere e grado. Insomma questa sembrerebbe un’era eccezionale per chi fa musica! Purtroppo non è così.

Una delle maggiori difficoltà per musicisti, produttori, editori che hanno a che fare con il digitale, è vedersi riconoscere il diritto d’autore delle loro opere diffuse in molti modi diversi. Il problema, esploso con lo streaming, in realtà è sempre esistito. Chiunque utilizzi della musica pubblicamente o la registri, sia per spettacoli live che per dischi o sottofondi, deve avere l’autorizzazione da parte dei titolari dei diritti. Dato che questo non può essere fatto in modo autonomo da ogni cantante, musicista o produttore, ogni paese ha una o più società che rappresentano gli interessi degli autori. In America c’è l’ASCAP (American society of composers, authors and publishers), in Inghilterra la PRS (Performing right society). E in Italia?

Siae e diritto d’autore di stato

Il ruolo di intermediazione tra autori e utilizzatori in Italia è sempre stato rappresentato dalla Siae, acronimo di Società Italiana degli Autori ed Editori, che svolge la sua attività dal 1883. Venne fondata da un gruppo di scrittori, musicisti, commediografi ed editori tra cui Giosuè Carducci, Giuseppe Verdi, Francesco De Sanctis a Edmondo De Amicis con lo scopo di tutelare i diritti e vigilare affinchè non vi siano violazioni.

Oggi il compito della Siae consiste anche nel concedere licenze, ricevere e distribuire royalties e stipulare accordi con le società di gestione straniere. In pratica se un musicista in Italia scrive musica e vuole vedersi tutelato il copyright e gestire il un diritto d’autore su idee musicali e parole, deve associarsi in Siae e depositare l’opera in modo che gli vengano garantiti diritti morali e di utilizzazione economica.

La Siae è un Ente pubblico economico su base associativa senza scopo di lucro sottoposto alla vigilanza di Enti e istituzioni governative economiche e culturali del nostro paese. Ogni anno rilascia più di 1 milione di licenze, fattura circa 800 milioni di euro all’anno e tutela 45 milioni di opere in tutto il mondo prendendo circa il 16% di provvigione. In tempi recenti non è stata immune da dissesti economici e conti in perdita a cui sono seguite accuse di mancanza di trasparenza, accuse di nepotismo e altre criticità, che a detta di alcuni non avrebbero mai favorito i veri protagonisti di tutta la faccenda, ovvero i musicisti.

Liberalizzazione gestione diritti

Il fatto che la Siae abbia sempre rappresentato un monopolio per la gestione del diritto d’autore nella produzione di contenuti intellettuali, in Italia non ha fatto che accendere gli animi fino a quando nel 2014 è stata approvata una direttiva a livelli europeo che se applicata avrebbe rappresentato una vera rivoluzione. L’Europa ha stabilito che autori ed editori devono poter scegliere la società di intermediazione preferita, anche spacchettando i diritti nel modo desiderato tra più società di gestione, mentre gli utenti possono acquistare musica dove vogliono.

Appena il settore del diritto d’autore è stato liberalizzato, ecco che anche in Italia sono nate le prime società alternative per la gestione dei diritti alternative alla Siae. Soundreef, fondata in tempi ancora non sospetti da Davide d’Atri nel 2011 in Inghilterra, è una di queste. Il suo intento è svincolare autori ed editori dalla Siae, offrendo un servizio di gestione dei diritti efficiente, trasparente, tracciabile basato su una rendicontazione analitica di ogni utilizzo delle opere musicali capace di offrire un rendicontazione e pagamento degli autori più veloce.

Soundreef alternativa alla Siae?

L’avventura di questa startup non è semplice, dato che la Siae è una macchina dello stato che, pur passibile di ogni miglioramento, è un ingranaggio ben oliato che in Italia muove interessi per centinaia di milioni di euro. Essendo il settore dei diritti d’autore un monopolio, servono leggi specifiche che recepiscano la direttiva del parlamento europeo. Evidentemente ci sono molte resistenze, ma l’Italia rischia una procedura di infrazione se non concede spazio a realtà alternative alla Siae.

Ultimamente anche la Corte Costituzionale ha indicato in modo inequivocabile l’esigenza di una completa liberalizzazione del sistema di intermediazione dei diritti d’autore in tutta Europa. In Ighilterra Soundreef è stata riconosciuta ufficialmente dal governo inglese come prima Independent Management Entity, seguita da molti artisti, anche se non molto conosciuti. In Italia ha fatto molto discutere la decisione di Fedez, rapper e noto volto televisivo, prima star a credere nel progetto.

Chi cerca strade alternative per la gestione del diritto d’autore nella musica comunque sostiene sempre di non volersi porre contro la Siae. Non è una questione di contrapposizione, ma di credere in uno stimolo al cambiamento e all’innovazione anche nel settore della musica italiana. Quando altri big recepiranno questo messaggio forse si aprirà una breccia nel magico mondo delle royalties e la Siae non potrà far altro che accettare la sfida. Migliorare la qualità dei servizi e rendere la gestione più trasparente d’altronde non è solo interesse degli oltre 70 mila associati, ma di tutte le persone che amano la musica.