musica digitale suona male

La tecnologia avanza, lo streaming imperversa: ma qualcuno sa che il digitale suona male? Nati con le cuffiette nelle orecchie, i giovani sono cresciuti a pane e mp3 perdendo di vista il suono reale degli strumenti: le conseguenze?

I più grandicelli se le ricorderanno quelle torri in salotto: amplificatore, equalizzatore, sintonizzatore. L’impianto hi-fi faceva bella mostra di sè in tutte le case. C’era il deck per le cassette e un giradischi accompagnato da due casse alte come fratelli piccoli.

La miniaturizzazione ha ridotto le dimensioni degli stereo fino a farli stare in dispositivi o smartphone tascabili. In tasca tra l’altro è contenuta tutta la collezione di dischi di tutti i generi dell’intero pianeta. Però, chi lo può negare? La musica digitale suona male. Prima gli iPod e ora lo streaming da ascoltare senza nemmeno scaricare file, direttamente con lo smartphone collegato in rete. Bello, comodo e conveniente: ma la qualità è scarsa. Non è questione di nostalgia. Ascoltare musica con i dischi in vinile, ma anche con i cd, è completamente diverso. Il suono è più caldo, profondo, definito. Meno asettico rispetto ai formati digitali, anche se sono ad altissima definizione o ascoltati con cuffie costosissime.

Inutile mettersi a discutere su cosa è meglio o peggio, è un dato di fatto. Il passo è compiuto. Parlare di risoluzione, algoritmi, amplificatori digitali e valvolari non serve più. E la recente riscoperta del vinile rimane un fenomeno relegato ad una piccola nicchia di pubblico minoritario.

Se l’analogico suona strano

Come ascoltano i giovani? Il punto è essere consapevoli. Invece la stragrande maggioranza delle nuove generazioni se ne frega della qualità. Non per scelta, ma semplicemente perchè non la conosce. I giovani ascoltano musica come fanno tutti: in mp3, streaming o su Youtube con le casse del pc. Tanto che probabilmente farebbero fatica a fare confronti con il passato. Anzi, probabilmente se ascoltassero il suono di un vinile lo troverebbero pure un pò strano. Non ci credete?

Il test Qualche tempo fa il professor Jonathan Berger dell’università di Stanford si è posto il problema di come ascoltassero musica i giovani e ha fatto dei test per capire come fossero condizionati dal suono digitale. Quindi ha fatto ascoltare ai suoi studenti musica di vari generi utilizzando diversi formati compressi e non. Si partiva dagli mp3 fino ad arrivare ai supporti fisici con una qualità più alta, come cd e infine i vinile. I risultati sono stati chiari. La maggioranza assoluta al suono analogico ha preferito l’audio digitale degli mp3, trovando addirittura il sound analogico dei vinile un pò ‘artefatto’.

Come suona lo streaming?

Il suono compresso di mp3, musica digitale e streaming risulta ormai familiare. Ecco perchè nessuno oramai parla più di Hi-Fi o Lo-Fi. E adesso che non si ascoltano più nemmeno gli mp3, ci sono i servizi in streaming come Spotify che utilizza tre formati di compressione a 96, 160 kbps e 320 kbps. Quest’ultimo è disponibile solo per gli utenti Premium. In ogni caso la differenza tra ascoltare canzoni su un buon impianto stereo hi-fi o attraverso gli auricolari dell’iPhone è enorme. Basterebbe sapere cogliere le differenze.

Eppure sentite mai qualcuno lamentarsi perchè il digitale suona male? Semplicemente non è un problema. La qualità della musica è sufficiente, quel tanto che basta per non dare fastidio mentre si studia ascoltando una canzone. Il problema è che la musica non è solo sottofondo. Non ci sono solo note, ritmo e melodia. Non c’è solo il pum pum dei centri commerciali. Esistono armonia e poi frequenze, armoniche, vibrazioni. Cancellarle dal vocabolario dei sensi significa perdere una parte importante di noi stessi. Ma anche capire il motivo per cui la musica sta andando in una certa direzione.