Domenica sera scorsa lo speciale su De Andrè andato in onda su Rai3 ha avuto un record di 8 milioni di spettatori e il 18,4% di share. Basta leggere i commenti sui forum e sui blog per capire che anche il popolo della rete, nella sua stragrande maggioranza, ha apprezzato. Ma non era facile celebrare un poeta della musica senza cadere nella retorica di cui si nutre la televisione.

Un poeta schivo e intellettualmente anarchico come De Andrè in prima serata nel posto solitamente occupato dai pacchi e dalle veline. Rai3 in effetti ha una programmazione e una linea editoriale che cercano di distinguersi (“in peggio” ci sarà qualcuno pronto a dire, comunque fa più effetto vedere Giorgio Gaber celebrato su Retequattro); ma il media è quello, il contenitore, i tempi, gli spot e il pubblico a casa anche.

“Che tempo che fa” di Fabio Fazio non era certo il primo speciale televisivo su De Andrè della settimana: Vincenzo Mollica, Giovanni Minoli, Tg3 Linea notte, Palcoscenico di Raidue… in molti avevano già fatto il loro lavoro: informare, raccontare, approfondire. Il problema è che portare una “sensibilità” nelle case non è come portare una notizia, un prodotto, una storia o una faccia.

Questa volta serviva un grande equilibrio per lasciare che il vero protagonista della televisione fossero la vena solitaria, le canzoni, il pensiero civile, umano, poetico di De Andrè. Fabio Fazio e i suoi ospiti avrebbero dovuto fare più di un passo indietro, abbandonare i protagonismi, interpretare un brano e subito eclissarsi, lasciando la gente a casa a riflettere dopo ogni canzone, in silenzio.

Nulla è più lontano tra le parole “silenzio” e “televisione”, ma i vari Lucio Dalla, Gianna Nannini, Franco Battiato, Samuele Bersani, Roberto Vecchioni, Piero Pelù, Eugenio Finardi, Antonella Ruggiero, Tiziano Ferro, Mauro Pagani, Ivano Fossati hanno cercato di fare l’impossibile, in parte riuscendoci anche, con il giusto pudore. «Sembra una festa di compleanno» ha esclamato il regista Ermanno Olmi: «Lui, figlio della borghesia, ha saputo ritrovare l’aroma della naturalità, per cantare la genuinità degli umili e dei poveri».

“Era davvero il Fabrizio De Andrè che abbiamo conosciuto e amato quello evocato da Fabio Fazio?” si chiede Aldo Grasso sul Corriere, aggiungendo che il collegamento con Jovanotti in diretta dal cimitero di Spoon River in America appartiene alla iconografia kitsch sociale del finto colto pacifista. Sui forum però si leggono commenti del tipo “Finalmente un bell’esempio di bella televisione, emozionante e culturale… questa è la tv che vorremmo vedere più spesso”.

Chissà chi ha ragione. Per stabilirlo forse non servono maggioranze, nè 8 milioni di persone incollate davanti alla tv: il Grande Fratello ne incolla molte di più. Per confermare la nascita della bella tv basterebbe un semplice omino che dopo avere visto la trasmissione, per la prima volta, fosse stato preso dal desiderio di ascoltare una canzone di De Andrè, in silenzio, scoprendo di essere un pò meno solo.