Quanto consumano i data center, quanta acqua utilizzano, quali emissioni producono e perché negli Stati Uniti stanno crescendo proteste e opposizioni ai nuovi impianti.

I data center inquinano davvero? La domanda è diventata sempre più importante con la crescita dell’intelligenza artificiale e la costruzione di enormi infrastrutture informatiche in molti Paesi. Dietro ogni servizio digitale, infatti, esistono server che devono essere alimentati, raffreddati e mantenuti operativi continuamente. Il problema non riguarda quindi soltanto la tecnologia, ma anche le risorse fisiche necessarie per sostenerla.

Negli Stati Uniti il tema è particolarmente controverso. In molte comunità la costruzione di nuovi data center viene contestata per il consumo di elettricità e acqua, il rumore, l’utilizzo di generatori a combustibili fossili e l’impatto sul territorio. La protesta è diventata anche una questione politica nazionale, con iniziative locali, moratorie e manifestazioni che coinvolgono gruppi di orientamenti politici diversi.

Indice

Quanto inquinano i data center

Stabilire quanto inquinano i data center non è semplice perché l’impatto ambientale cambia molto da una struttura all’altra. Un impianto alimentato prevalentemente da energia rinnovabile non ha lo stesso impatto climatico di uno collegato a una rete elettrica dove carbone e gas naturale hanno un peso elevato. Anche il sistema di raffreddamento, il clima della zona e l’efficienza dei server modificano significativamente il risultato.

Il consumo energetico è comunque il principale punto di partenza. Secondo il Lawrence Berkeley National Laboratory, i data center hanno utilizzato circa il 4,4% dell’elettricità statunitense nel 2023. L’aggiornamento pubblicato nel 2026 stima che la quota possa arrivare all’11,8% nel 2030, con uno scenario compreso tra il 9,5% e il 15,3%. La crescita è legata soprattutto alla diffusione dei server destinati all’intelligenza artificiale.

A livello globale il quadro è però diverso. Secondo l’Agenzia internazionale dell’energia (IEA), i data center hanno consumato circa 415 TWh di elettricità nel 2024, pari all’1,5% della domanda elettrica mondiale. Nel caso base, il consumo potrebbe arrivare a circa 945 TWh nel 2030, equivalenti a poco meno del 3% della domanda globale. Si tratta quindi di una quota ancora relativamente contenuta, anche se in rapida crescita e molto concentrata in alcune aree geografiche.

Questo non significa che ogni data center produca direttamente una quantità equivalente di anidride carbonica. L’impronta climatica dipende dal modo in cui viene generata l’elettricità utilizzata. È quindi più corretto parlare di impatto ambientale complessivo, considerando insieme energia, emissioni, acqua, infrastrutture e territorio.

Quanta energia consumano

Il consumo di energia rappresenta il principale elemento della discussione sui data center. Server e acceleratori per l’intelligenza artificiale lavorano continuamente e richiedono grandi quantità di elettricità. A questo si aggiunge l’energia necessaria per raffreddare le apparecchiature, alimentare i sistemi di rete e mantenere attivi i dispositivi di sicurezza e continuità.

Negli Stati Uniti il consumo dei data center è cresciuto rapidamente. Le stime del Berkeley Lab indicano che l’elettricità utilizzata dal settore è passata da 58 TWh nel 2014 a 176 TWh nel 2023. Il rapporto aggiornato nel 2026 prevede una crescita ancora più marcata entro la fine del decennio, spinta dall’espansione dell’AI.

Il problema non riguarda soltanto la quantità assoluta di elettricità, ma anche la velocità con cui cresce la domanda. Una grande infrastruttura può richiedere una nuova connessione alla rete, nuove linee elettriche e ulteriore capacità di generazione. Se questa energia viene prodotta utilizzando combustibili fossili, l’espansione dei data center può tradursi indirettamente in maggiori emissioni di gas serra.

Emissioni e fonti fossili

Un data center non è necessariamente un grande impianto inquinante nel senso tradizionale del termine: non produce automaticamente emissioni atmosferiche come una fabbrica o una centrale termoelettrica. Il problema nasce soprattutto dall’elettricità necessaria per alimentarlo. Più la rete utilizza fonti fossili, maggiore sarà l’impronta climatica associata all’infrastruttura digitale.

La crescita dell’intelligenza artificiale rende la questione ancora più complessa. L’Agenzia internazionale dell’energia stima che il consumo mondiale di elettricità dei data center possa più che raddoppiare entro il 2030, arrivando a circa 945 TWh. Negli Stati Uniti i data center rappresentano una parte particolarmente importante della nuova domanda elettrica.

A livello globale, secondo l’IEA, le fonti rinnovabili dovrebbero coprire circa metà della crescita della domanda elettrica dei data center entro il 2030. Ma anche gas naturale e altre fonti continueranno a svolgere un ruolo importante. Per questo motivo la domanda non è semplicemente se i data center siano “green” oppure “inquinanti”: bisogna chiedersi con quale energia vengono alimentati e quali nuove infrastrutture vengono costruite per soddisfare la loro domanda.

Il problema dell’acqua

L’elettricità non è l’unica risorsa consumata dai data center. Un’altra questione sempre più discussa riguarda l’acqua necessaria per il raffreddamento. I server producono grandi quantità di calore e alcuni sistemi utilizzano l’evaporazione dell’acqua per mantenere temperature adeguate all’interno degli impianti.

Negli Stati Uniti il consumo diretto di acqua dei data center è cresciuto sensibilmente. Le stime del Berkeley Lab indicavano circa 66 miliardi di litri consumati nel 2023, con proiezioni per il 2028 comprese indicativamente tra 145 e 275 miliardi di litri. Quello indiretto legato alla produzione dell’elettricità utilizzata dai data center è molto maggiore e si aggirava intorno agli 800 miliardi di litri. Il dato deve però essere interpretato considerando il luogo in cui si trova l’impianto e il sistema di raffreddamento utilizzato.

Il problema diventa particolarmente delicato quando un grande data center viene costruito in una zona soggetta a siccità o stress idrico. Non tutti gli impianti hanno infatti lo stesso fabbisogno e non tutta l’acqua utilizzata ha necessariamente lo stesso impatto. Una ricerca del Berkeley Lab ha evidenziato differenze enormi nel consumo idrico associato ai singoli carichi di lavoro, determinate da efficienza dei server, tecnologia di raffreddamento, clima e caratteristiche della rete elettrica.

Rumore, diesel e territorio

L’impatto ambientale dei data center non si limita a ciò che avviene all’interno dei server. Quando viene costruito un grande impianto, il territorio può essere trasformato per realizzare edifici, parcheggi, strade, linee elettriche e altre infrastrutture necessarie al funzionamento della struttura.

Un’altra fonte di contestazione è il rumore continuo prodotto dagli impianti di raffreddamento e dalle apparecchiature tecniche. A differenza di una normale attività industriale, un data center deve funzionare giorno e notte e quindi alcuni impatti possono essere percepiti dalla popolazione anche al di fuori dell’orario lavorativo. Negli Stati Uniti alcuni residenti sono arrivati a intraprendere azioni legali proprio per l’inquinamento acustico.

Ci sono poi i generatori diesel di emergenza. Servono a garantire l’alimentazione in caso di interruzione della rete elettrica e non rappresentano necessariamente la fonte primaria di energia del data center. Tuttavia il loro utilizzo può produrre emissioni locali e contribuisce alle preoccupazioni delle comunità che vivono vicino agli impianti.

Perché gli americani protestano

Negli Stati Uniti la crescita dei data center ha generato una vera e propria opposizione dal basso. Le contestazioni non sono concentrate in una sola area politica: in diverse comunità ambientalisti, agricoltori, residenti e gruppi conservatori si sono trovati dalla stessa parte nel chiedere maggiore controllo sui nuovi progetti.

Le ragioni sono soprattutto concrete: consumo di acqua, aumento della domanda elettrica, possibile crescita delle bollette, rumore, utilizzo del territorio e timore che i vantaggi economici promessi non compensino i costi sostenuti dalle comunità. Il 18 luglio 2026 sono state organizzate 142 proteste in 42 Stati americani contro l’espansione dei data center legata all’intelligenza artificiale.

Reuters ha raccontato la mobilitazione nazionale, evidenziando come la protesta sia diventata un fenomeno trasversale agli schieramenti politici. Un caso particolarmente significativo è quello del Texas, dove le contestazioni hanno riguardato anche il consumo di acqua. A San Marcos centinaia di persone hanno protestato contro un progetto che avrebbe richiesto oltre 25 milioni di galloni d’acqua all’anno, mentre in altre località dello Stato sono emerse preoccupazioni legate alla rete elettrica e ai costi per i consumatori.

Il fenomeno è ormai diventato anche una questione politica. Diversi Stati hanno discusso moratorie o nuove regole per limitare l’impatto dei grandi data center, mentre le autorità devono cercare un equilibrio tra investimenti tecnologici, posti di lavoro, sicurezza energetica e tutela delle comunità locali.

Data center: inquinamento o transizione

Dire che i data center inquinano è corretto solo se si considera l’insieme dei loro impatti, ma non basta per descrivere un fenomeno molto più complesso. Il loro peso ambientale dipende infatti dalle tecnologie utilizzate, dall’energia disponibile, dal luogo in cui vengono costruiti e dalle dimensioni dell’impianto. Non esiste quindi un’impronta ambientale uguale per tutti i data center, così come non esiste una soluzione unica per renderli sostenibili.

La vera questione riguarda il rapporto tra crescita digitale e risorse disponibili. L’intelligenza artificiale, il cloud e gli altri servizi online continueranno probabilmente ad aumentare la domanda di capacità di calcolo. Questo rende inevitabile la costruzione di nuove infrastrutture, ma apre una domanda fondamentale: quanto può crescere questo settore senza creare pressioni eccessive sulle reti elettriche, sulle risorse idriche e sulle comunità che ospitano gli impianti?

Le proteste negli Stati Uniti mostrano proprio questo cambio di prospettiva. Il dibattito non riguarda più soltanto la tecnologia o le sue emissioni complessive, ma le conseguenze concrete di ogni nuovo progetto. Una comunità può accettare un grande investimento tecnologico se porta occupazione e sviluppo, ma può opporsi quando teme che consumo di acqua, rumore, infrastrutture energetiche e costi ricadano soprattutto sui residenti.

Per questo la sostenibilità dei data center non dipende soltanto da quanto siano efficienti i server, ma anche dalle decisioni prese prima della loro costruzione. La scelta del territorio, la disponibilità di energia e acqua, la capacità della rete e le regole imposte dalle autorità possono determinare una parte importante dell’impatto finale. La transizione digitale diventa così anche una questione di pianificazione e di responsabilità.

Come ridurre l’impatto ambientale

La crescita della domanda non significa necessariamente che l’impatto debba aumentare nella stessa proporzione. Una parte della risposta passa dall’efficienza dei server, dalla progettazione dei sistemi di raffreddamento e dall’utilizzo più intelligente dell’energia. L’intelligenza artificiale sta infatti aumentando la potenza di calcolo necessaria, ma allo stesso tempo spinge aziende e ricercatori a sviluppare chip e infrastrutture più efficienti.

Un secondo elemento riguarda la scelta delle fonti energetiche. Utilizzare elettricità prodotta da fonti rinnovabili può ridurre le emissioni associate al funzionamento dei data center, anche se non elimina gli altri impatti ambientali. L’IEA prevede che le rinnovabili rappresenteranno una parte importante della nuova generazione destinata a soddisfare la crescita della domanda dei data center.

Anche l’acqua può essere gestita in modo più efficiente attraverso sistemi di raffreddamento che riducono il consumo idrico, circuiti chiusi e soluzioni progettate in funzione del clima locale. La ricerca mostra infatti che non esiste un’unica soluzione valida ovunque: l’efficienza dipende dalla combinazione tra tecnologia, condizioni climatiche, infrastruttura energetica e caratteristiche del carico informatico.

I data center sono destinati a crescere insieme all’intelligenza artificiale e ai servizi digitali. La questione più importante riguarda però le regole.

Se i data center diventano infrastrutture sempre più grandi e numerose, le comunità chiedono di sapere in anticipo quanta energia e quanta acqua consumeranno, quali emissioni produrranno e chi sosterrà i costi delle nuove infrastrutture. La trasparenza può quindi diventare una parte essenziale della transizione digitale.

Il problema non è necessariamente scegliere tra innovazione e ambiente, ma stabilire a quali condizioni questa crescita sia sostenibile. Le proteste mostrano proprio questo cambio di prospettiva: sempre più cittadini non contestano soltanto la tecnologia, ma chiedono di conoscere il prezzo ambientale e sociale delle infrastrutture che la rendono possibile.



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Autore: Fulvio Binetti
Fondatore ed editore di Bintmusic.it dal 1998, Fulvio Binetti è musicista, produttore ed esperto di comunicazione digitale. Da oltre trent'anni offre consulenza strategica e creativa a grandi brand, major discografiche e network radiotelevisivi. Appassionato di innovazione, cura gli approfondimenti su musica, tecnologia, AI e lifestyle, applicando alla divulgazione online il rigore analitico del suo background tecnico e la sensibilità della produzione artistica. Leggi la o seguilo sui canali social.