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La cultura non è, come forse pensa ancora qualcuno, un gioco per intellettuali e radical chic sfaccendati. Riconoscere il valore della cultura è l’unico modo che ha la società per fuggire dal cinismo imperante creando identità, benessere e sviluppo.

Se la cultura comprende parole come educazione, istruzione, ricerca, conoscenza, tanti economisti sono concordi che la parola sviluppo non debba comprendere solo una somma algebrica dei redditi procapite destinati al consumo. Gli indicatori di benessere di una nazione sono fatti anche di arte, musica, ambiente, sensibilità, rispetto.

In Italia più che altrove sembra che queste parole siano state ignorate per troppo tempo da governanti di corta prospettiva, e i risultati si vedono. Secondo una ricerca di Civita, in Italia ci sono il 4% di aziende che si occupano di cultura, contro il 6% della Germania, da noi ci sono 176mila aziende con 355mila occupati nel settore culturale, il 2,2% della forza lavoro, contro oltre il 3% di Francia e Inghilterra. La crisi ora peggiora le cose, il taglio di fondi statali e la mancanza di incentivi mette l’industria creativa sempre più con le spalle al muro. Eppure le risorse immense del nostro paese, se meglio amministrate, potrebbero avere un importante ruolo nella crescita competitiva dell’Italia. E’ ora che qualcuno ci pensi ma che anche le persone ne siano più consapevoli.