Occhiali su un vecchio libro aperto

Cultura come risorsa economica per lo sviluppo della nazione in grado di generare lavoro e ricchezza. Sempre più forte il rapporto tra produttori di contenuti e mercato. Il ruolo della conoscenza per generare benessere

Non si direbbe un gran momento per chi si occupa di cultura, specie in Italia. I tagli economici sempre più insistenti a musica, arte, teatro, cinema farebbero supporre una presunta incapacità di questi settori di essere redditizi. E basta dare un occhio al numero di libri letti dalla popolazione italiana per capire cosa succede tra la gente.

Chi vive di cultura in Italia spesso è costretto ad arroccarsi in difesa, sottolineando come la ricchezza di arte, musica e sapere è nel suo insieme non solo economico. Un bene e un tesoro comune da preservare comunque e ad ogni costo. Sicuramente è così e non a caso ne parla anche l’articolo 9 della Costituzione che prevede la ‘tutela del paesaggio e del patrimonio storico e artistico della Nazione’. Ma davvero non è possibile pensare alla cultura come risorsa economica e motore per lo sviluppo? Ovviamente è vero esattamente l’opposto.

Perchè la cultura è importante

Chi volesse mettersi a fare i conti può leggere lo studio realizzato dalla Fondazione Symbola e Federculture. In questo rapporto non si parla di valore sociale o di benessere spirituale della cultura, di cui pure le persone per stare bene devono avvalersi. Dai dati emerge invece che il settore cultura in Italia da lavoro a 1,5 milioni di persone, oltre il 5% dei lavoratori italiani. Inoltre muove interessi per circa 90 miliardi di euro producendo il 5% della ricchezza nazionale. Più del settore energetico o di quello dell’auto.

Con l’indotto la quota di ricchezza del settore cultura sale a 250 miliardi, ovvero il 16,7% della ricchezza nazionale con un 18% di forza lavoro. In primo piano i settori di cinema, televisione, musica, editoria e videogiochi ma anche architettura e design. Si tratta di un made in Italy ricco di idee e talenti che vedono Veneto, Marche, Friuli Venezia Giulia, Lazio e Toscana tra le regioni più attive sul fronte delle industrie culturali.

Perchè investire nella cultura

Questi numeri, non differenti da quelli americani, sono destinati ad aumentare nel futuro. In un mondo sempre più concentrato sulle emozioni anche dal punto di vista del marketing e della comunicazione, non è più il prodotto centrale nelle dinamiche aziendali, ma come le cose vengono percepite dal pubblico. Ecco perchè investire nella cultura potrebbe essere una scelta vincente anche dal punto di vista della formazione dei giovani alla ricerca di sbocchi professionali remunerativi e gratificanti.

Il settore culturale allargato ai settori della moda, dell’arte contemporanea e delle produzioni video e multimediali è in rapido sviluppo. Ogni giorno vediamo nuovi esempi di come il rapporto tra creatività è comunicazione sia sempre più stretto. Inoltre dispositivi come gli smartphone consentono di fruire in ogni momento di contenuti. Chi saprà produrli nel modo più convincente è destinato ad avere buone prospettive per inserirsi nel mondo del lavoro. Magari migliori di altri settori un tempo blasonati da un punto di vista professionale, ma oggi decisamente inflazionati.

Cultura è sviluppo e innovazione

Riconoscere il valore della cultura è l’unico modo che ha la società per fuggire dal cinismo imperante creando identità, benessere e sviluppo. La cultura comprende parole come educazione, istruzione, ricerca, conoscenza, tanti economisti sono concordi che la parola sviluppo non debba comprendere solo una somma algebrica dei redditi procapite destinati al consumo. Gli indicatori di benessere di una nazione sono fatti anche di arte, musica, ambiente, sensibilità, rispetto.

In Italia più che altrove sembra che queste parole siano state ignorate per troppo tempo da governanti di corta prospettiva, e i risultati si vedono. La crisi ora peggiora le cose, il taglio di fondi statali e la mancanza di incentivi mette l’industria creativa sempre più con le spalle al muro. Eppure le risorse immense del nostro paese, se meglio amministrate, potrebbero avere un importante ruolo nella crescita competitiva dell’Italia. E’ ora che qualcuno ci pensi ma che anche le persone ne siano più consapevoli.