battito di mani

Quanti modi ci sono per battere le mani? C’è chi ai concerti di musica classica applaude al momento sbagliato tra gli sguardi inorriditi degli spettatori esperti… chi ai concerti di musica jazz non applaude dopo un assolo… chi batte le mani per tenere il tempo, ma all’incontrario! Insomma, ce n’è per tutti i gusti. Ecco allora il primo trattato semiserio su ‘come battere le mani’ ascoltando musica dal vivo.

Cominciamo dall’applauso, manifestazione di approvazione vecchia quanto il mondo, comunicazione non verbale utilizzata in diverse forme in ogni cultura. Già gli antichi romani applaudivano i gladiatori vittoriosi nelle arene, mentre i francesi nel XIX secolo si inventarono la Claque, un corpo organizzato professionale di teatri e teatri d’opera, spesso protagonista della fortuna o della caduta di opere teatrali o liriche. Lo avrete capito, il problema dell’applauso non è tanto “come” battere le mani, ma “quando” applaudire…

Nella musica classica la tattica migliore è l’attesa. Quando i musicisti sembrano avere terminato un pezzo e siete assaliti dal dubbio “applaudire o non applaudire”, non abbiate fretta, aspettate che comincino gli altri spettatori ed eviterete brutte figure. Per chi non vuole limitarsi a questa tattica attendista, forse un pò codarda, la soluzione è semplice: leggete il programma e contate i movimenti (Allegro moderato, Andante ecc.) del concerto o della sinfonia a cui state per assistere. Applaudite dopo l’ultimo tempo.

Nella musica jazz la situazione è l’esatto contrario. In linea di massima la tattica giusta consiste nel “battere le mani spesso e volentieri” per sottolineare gli assolo dei musicisti che sono piaciuti. Non solo: chi applaude per primo di solito è il più esperto tra gli ascoltatori, se non addirittura un musicista, che capisce prima di tutti quando sta per finire il giro armonico e per concludersi l’assolo. Per cui se vi scappa un applauso solitario, magari ci fate anche una bella figura.

Infine c’è l’aspetto ritmico del battere le mani, il più comico. Ai concerti le scene migliori si osservano quando il pubblico viene invitato a partecipare in prima persona a tenere il ritmo. Vi sarà capitato mille volte: mentre voi battete le mani, qualcuno le apre e viceversa. A parte qualche caso clinico di spettatore con aritmicità congenita, la questione è questa: battere o levare? Diciamo subito che l’italiano medio è portato a battere le mani in “battere” sul tempo forte, quello più semplice, retaggio di una formazione musicale a base di melodramma e marcette militari, dove viene privilegiata la melodia al ritmo.

Anche l’aspetto linguistico ha la sua importanza: la lingua italiana, al contrario ad esempio di quella inglese, è fatta di parole con un numero medio di sillabe elevato e pochissime parole tronche, per cui intonazione, ritmo e accento sembrano seguire naturalmente il “battere”. Cosa non raccomandabile in generi musicali come soul, blues, rhythm and blues, rock, bossa, jazz dove, non solo l’aspetto ritmico è fondamentale, ma il tempo trainante è proprio il “levare”. Tutto chiaro? Perfetto, siete pronti… e la prossima volta non fatevi fregare!