chi acquista cd

Negli ultimi tempi si sente parlare solo di streaming e vinile, due facce del mercato della musica lontane anni luce dal punto di vista della tecnologia, ma in qualche modo rappresentate da un pubblico aggiornato e di tendenza. Chi acquista cd invece che tipo è?

Si fanno grandi discussioni sullo streaming e sulla musica digitale: costa poco o è gratis… però la percezione del valore della musica è andata a farsi benedire… fa guadagnare poco artisti ed etichette… ha scoraggiato i pirati più incalliti ma la sua qualità fa schifo. Mentre dall’altra parte si sente dire che meno male che qualcuno ascolta ancora i vinile e ci capisce qualcosa. Comunicazione, moda, innovazione, stili di vita, tendenze… ok, tutto perfetto: ma dei cd come mai non parla più nessuno?

A giudicare dal silenzio che avvolge i compact disc sembrerebbe che questo genere di supporto appartenga ad un passato lontano, confuso e nebbioso che è meglio non ricordare o nominare, ascoltato solo da emarginati sociali e tecnologici che ignorano l’esistenza degli smartphone e che quando devono telefonare vagano per le città in cerca di una cabina telefonica. Gente che forse una volta nella vita ha visto un iPod e che i cd li va a scovare in qualche discarica di periferia.

Per quanto sia giusto guardare al futuro e le parole innovazione e tecnologia siano spesso usate dai media e dal mondo della comunicazione anche in ambito musicale, la realtà del mercato è un pò diversa. La metà dei ricavi dell’industria musicale è ancora dovuta ai supporti fisici – si parla di 4,5 miliardi di dollari per il 2015 – e per la quasi totalità dalla vendita di cd, mentre i vinile, malgrado tutto il gran parlare e il boom degli ultimi anni, rappresentano solo una quota marginale del mercato della musica.

chi ancora acquista cd difficilmente passerà allo streaming

Evidentemente l’industria musicale non ha nessuna intenzione di rinunciare ai miliardi incassati con i cd, ma sembra che l’atteggiamento verso questi consumatori sia di tacito abbandono, forse nella speranza che prima o poi si decidano ad entrare nell’era digitale. Il problema è che dal 2013 gli incassi dovuti ai supporti fisici e quindi principalmente ai compact disc sono diminuiti di un 17%, ma non sono stati sostituiti dallo streaming. Insomma mezzo miliardo di dollari risparmiati in cd non si sono tramutati in abbonamenti a Spotify, YouTube, Apple Music & C e molto probabilmente la maggior parte degli acquirenti di cd non diventeranno mai abbonati on the cloud. Volete sapere perchè?

Secondo una ricerca realizzata da Midiaresearch gli acquirenti di cd fanno parte di un gruppo distinto di consumatori. Chi acquista cd spende annualmente circa 20,30 dollari in musica, ovvero 1,69 dollari al mese e molto meno (circa l’80% in meno) dei fatidici 9,99 dollari necessari per acquistare un abbonamento mensile ad un servizio musicale in streaming. Questo riottoso individuo ha mediamente dieci anni in più rispetto a chi usa lo streaming, modo di ascolto da cui è ben poco attratto, a volte anche perchè non ne conosce l’esistenza o l’utilizzo. Si tratta per la metà di donne e ovviamente ci sono molti anziani.

I dati mostrano anche che chi acquista cd non è destinato a scomparire in breve tempo. L’industria dovrebbe rallegrarsene e nel frattempo trovare il modo di favorire la transizione allo streaming o a qualche sistema di ascolto capace di includere anche chi non ha nessuna intenzione di rinunciare alle proprie vecchie abitudini di ascolto spendendo inutilmente dei soldi. Di solito questa transizione avviene in maniera graduale, come anche in questo caso sta succedendo, fino a quando il formato in questione non è più venduto e supportato dal mercato. Forse il silenzio attorno ai compact disc prelude a qualcosa di simile: a quel punto anche gli ultimi irriducibili del cd dovranno arrendersi.