che strumento suoni

Suonare uno strumento sviluppa le sensibilità e fa bene all’intelligenza. Lo confermano tante ricerche e tutti dovrebbero saperlo, specie i genitori. Ma i neuroscienziati potrebbero anche leggerti il pensiero per scoprire che strumento suoni? I risultati di un nuovo studio sul cervello

Negli ultimi anni grazie a tecniche sempre più sofisticate basate sul neuroimaging funzionale le neuroscienze si sono spesso concentrate sul cervello dei musicisti. Non certo solo per soddisfare un bisogno di curiosità, ma per stabilire un nesso tra musica, suoni ed evoluzione dell’uomo, oltre che per favorire studi in grado di curare malattie, allontanare i problemi degenerativi nel cervello degli anziani, piuttosto che consigliare i genitori sull’importanza delle note per favorire lo sviluppo delle facoltà mentali di bambini e ragazzi in età scolare.

Gli scienziati sono certi che chi suona uno strumento sviluppa un cervello diverso nel corso della vita. Le ricerche non si limitano a stabilire il rapporto tra musica e intelligenza o quale tipo di neuroni debba utilizzare un jazzista per sapere improvvisare. Gli studi in questo ambito sono diventati talmente sofisticati che attraverso l’analisi delle onde celebrali non si riesce solo a capire se una persona sia o meno un musicista, ma addirittura che strumento suoni. Quest’ultima scoperta, pubblicato sulla rivista americana Music Perception, ha una genesi italiana essendo stato condotto da un team di ricercatori del dipartimento di psicologia dell’Università di Milano Bicocca.

Nei test sono stati confrontati 10 musicisti (sei violinisti e quattro clarinettisti) e 10 studenti universitari di età tra i 21 e i 32 anni. Tutti sono stati sottoposti a stimoli sonori e visivi in una cabina opportunamente realizzata che li isolasse da stimoli sonori esterni. In pratica sono stati mostrati 180 video contenenti note di violini e clarinetti mentre con dei sensori collegati alla superficie del capo veniva rilevata l’attività elettrica del cervello.

ogni strumento lascia nel cervello del musicista una impronta diversa

E’ stato scoperto che chi ha familiarità con il suono di un determinato strumento, e specialmente proprio chi suona quel tipo di strumento, impegna la corteccia prefrontale del cervello molto meno rispetto ai musicisti che suonano un altro strumento e ancora meno rispetto ai non musicisti. Ad esempio, prendendo in considerazione il suono di un violino, chi non suona nessuno strumento nell’ascoltarlo impegna il cervello molto più rispetto a un musicista, ma anche un clarinettista attiva più neuroni rispetto a un violinista per la decodifica di quel particolare stimolo sonoro.

Dato che il cervello basa la propria attività sulle conoscenze pregresse, ecco che per gli scienziati attraverso una analisi di neuroimaging funzionale diventa facile stabilire che strumento suoni anche senza averti mai conosciuto. Ciò non vale solo in ambito musicale. Prevedere ciò che le persone stanno vedendo o ascoltando in base ai segnali elettrici provenienti da elettrodi che rilevano gli impulsi provenienti dal loro cervello è un fenomeno noto nelle neuroscienze come mind reading (lettura del pensiero). Nel futuro queste ricerche potrebbero consentire di sviluppare applicazioni per aiutare persone che non possono parlare o hanno problemi a comunicare.