Se n’è andato Charlie Haden, un contrabbassista che ha sempre inseguito il bello della musica cercando una profondità di linguaggio al di là delle gabbie di genere, dei virtuosismi o della tecnica. Per un musicista, tanto più per un jazzista o un improvvisatore, dare un senso alle note che si fanno è come dare un senso alla vita: lui c’è riuscito.

A testimoniarlo non sono solo i tre Grammy Award vinti in carriera – per il brano Beyond the Missouri Sky del 1997 insieme a Pat Metheny, per l’album Nocturne del 2001 e per Land of the sun registrato nel 2004 con il pianista cubano Gonzalo Rubalcaba – è semplicemente la sua musica che parte da Ornette Coleman, passa da i Keith Jarrett, fino alle tante collaborazioni dove il suo strumento spesso esce dal semplice ruolo di accompagnamento per diventare voce. Per uno che ha iniziato a suonare giovanissimo con i genitori e i fratelli nella band di famiglia e che è passato al contrabbasso dopo che le sue corde vocali avevano subito i postumi di una forma di poliomelite, deve essere stata una bella soddisfazione.

Ma in una recente intervista, dopo avere detto che il suo primo ricordo è lui che canta con sua mamma, Charlie Haden aveva anche affermato che il suo scopo era portare la musica bella e profonda a quante più persone possibile per dare una valida alternativa alla bruttezza e alla tristezza di cui siamo circondati ogni giorno. Speriamo sia lo scopo anche dei suoi figli Tanya, Petra, Rachel e Josh Haden e di tutti quelli che oggi e tra mille anni si avvicinano e si avvicineranno alla musica anche per aggiungere un senso alla vita, magari dopo avere ascoltato un suo disco.