Centesimi di euro tra prezzi psicologici, costi di produzione, arrotondamenti e pagamenti digitali: perché le piccole monete stanno cambiando ruolo nell’economia.
Ogni giorno utilizziamo il denaro per acquistare prodotti e servizi senza soffermarci troppo sulle cifre stampate sugli scontrini. Eppure proprio quei pochi centesimi di euro possono modificare la percezione di un prezzo, determinare il resto da ricevere e influenzare il modo in cui consideriamo una spesa. Da quando l’euro è entrato fisicamente nelle nostre tasche, le monete di piccolo valore hanno accompagnato milioni di transazioni quotidiane, anche se il loro utilizzo è progressivamente cambiato con l’evoluzione dei consumi.
Parlare oggi di centesimi di euro significa quindi osservare qualcosa di più di semplici monetine. Dietro i tagli da 1 e 2 centesimi si intrecciano psicologia dei soldi, costi di coniazione, organizzazione del contante e diverse scelte adottate dagli Stati. In Italia il loro conio è sospeso dal 2018, ma queste monete non sono state abolite e conservano il corso legale. Nel frattempo crescono carte, smartphone e pagamenti digitali, aprendo una nuova fase per il rapporto tra monete, prezzi e consumatori.
Indice
- Perché usiamo ancora i centesimi
- Il costo nascosto degli spiccioli
- Addio ai centesimi: cosa cambia oggi
- Centesimi nel mondo: chi li ha eliminati
- Pagamenti digitali e futuro del contante
Perché usiamo ancora i centesimi
I centesimi di euro hanno un valore molto piccolo, ma svolgono una funzione precisa: permettono di esprimere e pagare prezzi con una maggiore granularità rispetto alle sole monete da 5 centesimi. Le otto denominazioni dell’euro sono state progettate fin dall’introduzione della moneta unica: 1, 2, 5, 10, 20 e 50 centesimi, oltre alle monete da 1 e 2 euro. L’euro come valuta contabile nacque nel 1999, mentre le banconote e le monete entrarono nella vita quotidiana il 1° gennaio 2002. I centesimi, quindi, non furono aggiunti successivamente, ma appartengono al sistema monetario originario.
La loro utilità non dipende soltanto dalla possibilità di pagare l’importo esatto. Un prezzo come 2,99 euro comunica infatti qualcosa di diverso rispetto a 3 euro, anche quando la differenza economica è minima. La cosiddetta prezzatura psicologica sfrutta proprio il modo in cui le persone elaborano le cifre: osservare 9,99 euro può portare a percepire il prodotto come appartenente alla fascia dei nove euro, anziché a quella dei dieci. Non significa che il consumatore venga automaticamente ingannato, ma che la forma numerica del prezzo può influenzare attenzione, confronto e valutazione della convenienza.
Questo meccanismo spiega perché i centesimi continuino a comparire nei listini anche quando il loro valore pratico sembra trascurabile. Un negoziante può stabilire un prezzo di 4,99 euro, mentre un supermercato può utilizzare decimali differenti per costruire una scala di prezzi. Il centesimo diventa così anche un elemento della comunicazione commerciale. La differenza tra 9,99 e 10 euro è soltanto di un centesimo, ma il passaggio dalla prima alla seconda cifra modifica la soglia psicologica percepita. La funzione della moneta, quindi, non è soltanto materiale: riguarda anche il modo in cui leggiamo i prezzi.
Con l’inflazione e l’aumento generale dei prezzi il significato economico dei piccoli tagli si è progressivamente ridotto. Un centesimo vale oggi molto meno in termini di potere d’acquisto rispetto a quando l’euro ha iniziato a circolare. Questo non rende automaticamente inutile la moneta, perché anche una piccola unità resta necessaria quando si vogliono regolare importi esatti. Significa però che il costo di produrla, trasportarla, conservarla e gestirla deve essere confrontato con l’effettivo utilizzo nelle transazioni quotidiane.
Il costo nascosto degli spiccioli
Il problema dei piccoli tagli emerge soprattutto quando si considera l’intero ciclo economico delle monete. Coniare una moneta non significa soltanto acquistare il metallo e imprimere un disegno. Esistono costi legati alla produzione, alla distribuzione, alla movimentazione, alla gestione bancaria, al trasporto e alla raccolta del contante. Per una moneta dal valore nominale molto basso, questi costi possono diventare proporzionalmente rilevanti. Il confronto tra valore della moneta e risorse necessarie per mantenerla in circolazione è quindi uno degli argomenti alla base del dibattito sulla sua convenienza.
In Italia la sospensione del conio delle monete da 1 e 2 centesimi è entrata in vigore il 1° gennaio 2018. La decisione non è stata presa dalla BCE: la normativa italiana ha disposto la sospensione della coniazione da parte dell’Italia e ha collegato il risparmio derivante alla destinazione prevista dalla legge. La BCE non gestisce direttamente la coniazione delle monete nazionali: nell’area euro la produzione delle monete è responsabilità degli Stati membri, attraverso le rispettive autorità e zecche. La normativa italiana ha inoltre lasciato inalterato il corso legale delle monete già esistenti.
I numeri aiutano a comprendere perché la questione sia diventata rilevante. Nel dossier parlamentare che accompagnò la norma italiana furono utilizzati i costi di produzione forniti dall’Istituto Poligrafico e Zecca dello Stato: per il 2017 il fabbisogno considerato comprendeva 260 milioni di monete da un centesimo e 150 milioni da due centesimi. Il documento stimava costi diretti complessivi di circa 4 milioni di euro per quei quantitativi, distinguendoli dai costi totali di produzione. Questo dato è più utile delle generiche stime spesso riportate online perché permette di capire su quali quantità e voci di spesa venivano costruite le valutazioni italiane.
Il costo non riguarda solo la Zecca. Una moneta deve entrare nel circuito commerciale, essere trasportata, conteggiata, depositata e nuovamente distribuita. Le monete di valore minimo possono accumularsi nelle abitazioni e rimanere a lungo fuori dalla circolazione, aumentando il lavoro necessario per rimetterle nel circuito. È quindi possibile che una moneta abbia un valore nominale molto piccolo ma generi costi di gestione superiori a quelli che il suo valore farebbe immaginare. Per questo il dibattito riguarda l’intera infrastruttura del contante e non soltanto il prezzo del metallo.
Addio ai centesimi: cosa cambia oggi
In Italia parlare di addio ai centesimi richiede una precisazione importante. Le monete da 1 e 2 centesimi non sono state abolite e non sono diventate prive di valore. Dal 2018 l’Italia ha sospeso il loro conio, ma quelle già presenti possono continuare a essere utilizzate perché mantengono il corso legale. La novità riguarda soprattutto il modo in cui viene regolato il totale delle transazioni pagate integralmente in contanti. La legge prevede infatti l’arrotondamento al multiplo di cinque centesimi più vicino, secondo regole precise.
Il meccanismo dell’arrotondamento è semplice quando si paga in contanti. Un totale che termina con 1 o 2 centesimi viene arrotondato verso il basso; 3 o 4 centesimi vengono portati a 5. Lo stesso criterio vale nella parte superiore: 6 e 7 centesimi scendono a 5, mentre 8 e 9 salgono al successivo multiplo di 5. Un conto di 10,02 euro può quindi diventare 10 euro in contanti, mentre 10,03 euro diventa 10,05. L’arrotondamento riguarda il totale complessivo, non il prezzo individuale di ogni prodotto acquistato.
La distinzione tra contante e pagamenti elettronici è fondamentale. Se un prodotto costa 2,99 euro e viene pagato con carta o altro strumento elettronico, il pagamento può essere regolato esattamente a 2,99 euro. L’arrotondamento previsto dalla normativa italiana riguarda infatti l’importo complessivo quando il pagamento viene effettuato integralmente in contanti. Le monete da 1 e 2 centesimi già in possesso dei cittadini possono comunque essere utilizzate per comporre il resto o raggiungere l’importo dovuto.
Questo sistema mostra perché sospendere il conio non equivale ad abolire una moneta. Finché esistono quantità sufficienti di pezzi in circolazione, i centesimi possono continuare a essere utilizzati. Nel frattempo, però, l’assenza di nuove emissioni favorisce gradualmente una riduzione della loro presenza nel circuito quotidiano. La questione rimane aperta anche a livello europeo: nel giugno 2026 la Commissione europea ha organizzato una consultazione tecnica dedicata proprio alle monete da 1 e 2 centesimi e all’ipotesi di introdurre regole comuni di arrotondamento del totale dei pagamenti in contanti.
Centesimi nel mondo: chi li ha eliminati
L’eliminazione delle monete di valore minimo non è una peculiarità italiana. Diversi Paesi hanno scelto di ridurre o interrompere la produzione dei tagli più piccoli, soprattutto quando il loro utilizzo è diminuito e i costi di gestione sono diventati difficili da giustificare. Il confronto, però, deve essere fatto con attenzione: non tutti utilizzano l’euro e le modalità di eliminazione cambiano da uno Stato all’altro. È quindi più corretto parlare di ritiro dei piccoli tagli che di una generale scomparsa dei centesimi.
Un esempio particolarmente significativo è la Finlandia, paese dell’area euro che fin dall’introduzione della moneta unica non ha previsto una normale produzione nazionale di monete da 1 e 2 centesimi per l’uso quotidiano. I dati della BCE sulla produzione iniziale del 2002 mostrano infatti quantitativi simbolici per questi due tagli rispetto agli altri valori. La Finlandia rappresenta quindi un caso diverso dall’Italia: non si tratta di una sospensione del conio avvenuta dopo anni di circolazione, ma di una scelta adottata nell’ambito dell’introduzione dell’euro.
Fuori dall’area euro esistono esempi ancora più netti. Il Canada ha ritirato il penny dalla distribuzione nel 2013, mantenendolo però come unità di riferimento per i prezzi e lasciandolo utilizzabile nei pagamenti presso gli esercizi che lo accettano. Quando le monete non sono disponibili, il totale di un pagamento in contanti viene arrotondato al multiplo di cinque centesimi più vicino. I pagamenti elettronici, invece, continuano a essere regolati all’esatto centesimo. È un modello molto simile, per alcuni aspetti, al principio adottato successivamente in Italia.
Il caso canadese evidenzia anche un aspetto importante: eliminare un piccolo taglio non significa necessariamente modificare tutti i prezzi. Il prezzo può continuare a essere espresso al centesimo e l’arrotondamento può riguardare soltanto il totale finale pagato in contanti. In questo modo i sistemi contabili e i pagamenti elettronici mantengono la precisione centesimale, mentre il contante può funzionare con un numero più limitato di monete. La scelta di Australia, Nuova Zelanda, Canada e di alcuni Paesi europei dimostra quindi che esistono modelli diversi per affrontare lo stesso problema.
Pagamenti digitali e futuro del contante
Il destino dei centesimi è legato anche a un cambiamento più ampio: il modo in cui paghiamo sta diventando sempre più digitale. Carte, smartphone, app bancarie e altri strumenti elettronici permettono di trasferire importi con precisione al centesimo senza bisogno di utilizzare fisicamente le monete. Questo riduce naturalmente la necessità pratica dei piccoli tagli in una parte delle transazioni. Nell’area euro la trasformazione è evidente, ma non significa che il contante sia già destinato a scomparire: la BCE continua a considerarlo un elemento importante del sistema dei pagamenti.
I dati più recenti mostrano infatti una situazione meno semplice di quanto potrebbe sembrare. Nel 2026 il 92% delle imprese dell’area euro che vendono beni o servizi in sedi fisiche dichiara di accettare contanti. Nello stesso campione, il 68% accetta pagamenti mobili, una quota cresciuta considerevolmente rispetto al 36% rilevato nel 2024. In Italia la percentuale di imprese che accettano contanti è risultata particolarmente elevata, pari al 99%. Il contante quindi convive con una rapida crescita degli strumenti digitali invece di essere semplicemente sostituito da essi.
Anche la diffusione dei pagamenti online contribuisce a ridimensionare il ruolo delle monete. Secondo la BCE, in Italia la quota dei pagamenti online è passata da circa il 6% del 2019 al 24% del 2024. Quando l’acquisto avviene completamente online, naturalmente, non esiste alcuna necessità di gestire monete fisiche e l’importo può essere contabilizzato con precisione. Questo cambiamento riguarda soprattutto il contesto delle transazioni, perché nei negozi fisici il contante continua a essere utilizzato da una parte significativa della popolazione e delle imprese.
Il futuro potrebbe quindi essere caratterizzato non dalla scomparsa improvvisa delle monete, ma da una progressiva selezione dei tagli più utilizzati. Le monete di valore minimo sono quelle maggiormente esposte alla riduzione della domanda, mentre il contante nel suo complesso continua a svolgere funzioni che i pagamenti digitali non replicano completamente. La BCE sottolinea infatti l’importanza di mantenere il contante disponibile, accessibile e accettato, anche mentre aumenta la digitalizzazione. L’eventuale euro digitale, inoltre, viene concepito come complemento del contante e non come sua sostituzione.
Nati insieme alle altre monete dell’euro, questi piccoli tagli hanno permesso per anni di regolare con precisione ogni prezzo, ma oggi devono confrontarsi con costi di produzione e gestione, inflazione, arrotondamenti e nuove abitudini di pagamento. In Italia 1 e 2 centesimi non vengono più coniati dal 2018, ma restano validi. Il loro futuro dipenderà dall’equilibrio tra efficienza del sistema monetario, libertà di pagamento e crescente diffusione delle alternative digitali.







