Canzoni tristi come la voce per stare bene

Perchè le canzoni tristi sono importanti e qual è la relazione con il tono della voce e l’evoluzione dell’uomo? Oltre ai gusti musicali soggettivi c’è una funzione consolatoria della musica triste in cui ritrovarsi in particolari momenti della vita

Tutti sono a conoscenza del fatto che esistono canzoni tristi e allegre, che possono trasmettere emozioni negative o positive con una serie di declinazioni diverse in base alle conoscenze musicali e all’attenzione all’ascolto. Ma è anche innegabile che esistono generi e canzoni che hanno a che vedere con l’umore di chi le ascolta. In questo articolo cercheremo di capire quale sia l’origine del fenomeno e se esiste una caratteristica oggettiva, che va al di là dei propri gusti musicali, collegata in qualche modo al tono della voce del linguaggio verbale.

Parlare di emozioni e tristezza comprende un’ampia varietà di argomenti sul piano estetico, scientifico, filosofico. Essere tristi significa provare dolore psicologico, depressione, stanchezza, frustrazione, senso di isolamento dovuto alla perdita di qualcuno o è qualcos’altro ancora? Eppure la musica definita ‘triste’ non suscita quasi mai queste ed altre emozioni negative, ma piuttosto può essere piacevole, trasmettere sollievo, pace, benessere fino a farci percepire uno stato di profonda bellezza.

Cos’è la musica triste?

Cominciamo subito con il dire che non esiste una musica che possa essere definita universalmente come ‘triste’ o ‘allegra’, eppure tutti più o meno avranno in mente un modello musicale, un genere o delle canzoni che si avvicinano a queste due categorie. Ascoltando una qualsiasi canzone e indipendentemente dall’umore del momento, tutti potremmo provare una sensazione di allegra euforia piuttosto che di malinconica tristezza.

Le canzoni tristi per la maggioranza delle persone però hanno caratteristiche ben precise fondate su opinioni discutibili. C’è chi trova la musica classica di Bach malinconica e il jazz di una noia mortale, mentre altri la chiamano poesia. Altri trovano la giusta carica solo con brani dance elettronici ipnotici e martellanti. Queste preferenze dipendono da età, gusti musicali, consapevolezza e cultura, ma anche da una caratteristica fondamentale nel linguaggio musicale: le canzoni tristi sono costruite su un accordo di terza minore.

Canzoni tristi e terza minore

Cos’è la terza minore? Se suonate la chitarra o qualche altro strumento, probabilmente avrete già sentito parlare di accordi minori e maggiori accompagnando le canzoni dei vostri artisti preferiti. Cosa sono gli accordi? Nient’altro che insiemi di note suonate contemporaneamente. Nel sistema tonale queste note appartengono ad una scala musicale e hanno tra loro un rapporto basato su intervalli musicali, che rappresentano appunto la distanza tra due note di una scala.

Le canzoni tristi spesso contengono accordi con la terza minore, ovvero note che sulla scala sono separate da 3 semitoni, cioè un tono e mezzo. Per esempio la terza minore di Do è il Mi bemolle, di LA è Do e così via. Il famoso accordo di La minore, o meglio triade, è quindi costituito dalle note LA-DO-MI. Semplificando potremmo sempre dire che la terza minore costituisce gli accordi delle canzoni tristi. Su questo sono tutti d’accordo, anche i non musicisti.

Esempi di canzoni tristi? Se facessero un sondaggio sull’emozione ispirata da una canzone come Margherita di Riccardo Cocciante, dovendo scegliere tra felicità, tristezza, rabbia o paura, tutti sceglierebbero tristezza. Ugualmente con un brano come Happy Birthday tutti risponderebbero gioia. Questo tipo di risposta è indipendente da gusti musicali, cultura, esperienza o preparazione musicale individuale.

Terza minore e linguaggio parlato

L’idea di trasmettere emozioni tendenti al dolente mediante la terza minore è venuta ai grandi compositori a cominciare dal 17 esimo secolo. Si potrebbe insomma pensare ad una scelta di stile. In realtà uno studio di qualche tempo fa dal Cognition Lab della Tufts University, ha mostrato che la terza minore non esiste solo nella comunicazione musicale, ma è un sistema che utilizziamo abitualmente nel linguaggio parlato per trasmettere tristezza e quando vogliamo esprimere dolore.

Analizzando gli intervalli di frequenze della voce, e quindi di note, utilizzati nel parlare da un gruppo di attori, si è scoperto che per esprimere tristezza si utilizza costantemente un intervallo di terza minore. Questi dovevano recitare frasi con due parole tipo “Let’s go”, con intonazioni emotive diverse come rabbia, felicità, piacevolezza e tristezza. Certo tra musica ed emozioni c’è un rapporto che dipende anche dall’intensità con cui l’interprete canta, o magari dalle parole del testo, ma gli stati d’animo sono trasmessi principalmente da questa caratteristica base dell’armonia della musica occidentale.

Le canzoni tristi quindi non farebbero nient’altro che imitare il linguaggio verbale. Ciò potrebbe dimostrare che musica e parola condividono uno stesso processo evolutivo. In realtà non è ancora chiaro se l’utilizzo della terza minore nel linguaggio sia comune a tutte le culture e lingue. Altri recenti studi hanno però confermato che persone provenienti da culture diverse, che non utilizzano il nostro sistema tonale, interpretano in modo corretto il contenuto emotivo della nostra musica.

Perchè ascoltare canzoni tristi

L’esigenza di comporre ed ascoltare canzoni tristi arriverebbe insomma da lontano. D’altronde secondo una sondaggio pubblicato sulla rivista Plus One e realizzato su un campione multietnico di persone, la musica triste non rende tristi. Il 76% degli intervistati nel definire l’emozione evocata dalla musica triste usa la parola ‘nostalgia’ contro il 44% di ‘tristezza’. Al contrario vincono emozioni positive come ‘tranquillità’ (57,5%), tenerezza il (51,6%) o meraviglia (38,3%) e addirittura gioia (6,1%).

La musica triste fa stare bene perchè è gratificante e profonda, come noi riteniamo di essere. Con essa entriamo in empatia come si trattasse di un altro individuo che ci comprende e con cui dialoghiamo per trovare sollievo. Inoltre il modo in cui viene evocata la tristezza dalla musica è decisamente più sopportabile che nella vita reale, il che non guasta. Ascoltare canzoni tristi su accordi minori o brani lenti e malinconici di musica jazz o classica, può risultare quindi importante per evocare comunione emotiva, comprensione, purificazione, fino a stimolare davvero emozioni piacevoli.

Le persone che si trovano in difficoltà emotiva, in lutto o sole, ascoltano canzoni tristi perchè la musica triste ha la capacità di regolare gli stati d’animo negativi e le emozioni, oltre a offrire consolazione. La musica cosiddetta felice non ha questo effetto consolatorio, ma nemmeno quello introspettivo legato alla memoria e alla fantasia. Svolge soprattutto funzioni sociali, legate ad esempio al divertimento o alla festa.

Canzoni tristi nella musica pop

Visto che recentemente abbiamo parlato di evoluzione musicale, e dato che il parallelo con l’evoluzione dell’uomo e della società è evidente, per capire in che mondo viviamo è interessante scoprire com’è la tendenza delle canzoni tristi prodotte dagli artisti: aumentano o diminuiscono? Uno studio pubblicato dalla Royal Society Open Science e realizzato da un gruppo di ricercatori dell’Università della California, sostiene che la tristezza stia avanzando anche nella musica pop.

Dopo avere esaminato oltre 500.000 brani pubblicati nel Regno Unito tra il 1985 e il 2015, gli studiosi hanno scoperto alcune tendenze relativamente alle canzoni tristi e felici. Mentre si riscontra un generale abbassamento dei livelli di felicità e luminosità delle nuovi canzoni pubblicate, i brani di successo che arrivano in testa alle classifiche musicali però sono sempre “più felici” e in generale festaioli. Eppure ogni anno vengono scritte sempre più canzoni tristi su armonie minori, con testi che parlano di solitudine e isolamento sociale.

Canzone più triste di sempre

Infine non potevano mancare i risultati di un sondaggio realizzato dalla BBc su quali sono i brani più tristi di sempre nella storia della musica: vince Dido’s Lament di Henry Purcell compositore inglese del 1600 e che potete ascoltare qui sotto. Al secondo posto l’Adagio per archi di Samuel Barber, l’Adagietto della Sinfonia n.5 di Mahler e la canzone scritta nel 1933 dall’ungherese László Jávor intitolata Gloomy Sunday. Anche se siete tipi introspettivi, sarà meglio ascoltare non ascoltare queste musiche nei giorni grigi e piovosi.