bossa nova

La storia della Bossa nova è quella di un magico incontro tra poesia e musica, fantasia e sogno, emozione e sperimentazione. Una nuova voce che dal Brasile è diventata linguaggio musicale universale

Chega de Saudade, Insensatez, Garota de Ipanema… talvolta basta il suono delle parole per definire un genere e poche note per emozionarsi anche se non si conoscono i fatti. Ma la Bossa nova è qualcosa di più di un genere musicale, un marchio di fabbrica che con regolarità scompare dall’attenzione dei media per poi tornare di nuovo in auge nella discografia mainstream. Anche se la musica ultimamente sembra fatta più di comunicazione e di click piuttosto che di contenuti musicali, qualcuno potrebbe ancora avere il gusto della scoperta.

Qual’è la storia della Bossa nova? In portoghese significa proprio “cosa nuova”, “voce nuova”. E in effetti prima dell’uscita nel 1958 del disco “Canção do amor demais”, nell’aria non si era mai sentito niente di simile. Il disco era della cantante Elizete Cardoso, le musiche di Antonio Carlos Jobim e i testi di Vinicius de Moraes. Conteneva la canzone “Chega de saudade” e alla chitarra suonava un certo João Gilberto.

Le origini della bossa nova sono quelle del samba e in particolare di una forma detta “samba canção” elaborata da Dorival Caymmi e prima ancora da Ernesto Nazareth in alcune composizioni originali. Ma era il modo di cantare a essere diverso in questo nuovo disco: senza enfasi nè vibrato, minimalista eppure delicato. Così come diversa era la scelta del ritmo e del tempo, sempre lento, scandito dalla chitarra di João Gilberto.

João si era inventato un particolare modo di accompagnare, che venne successivamente denominato “batida”: la mano destra non arpeggiava ma alternava il pollice sui bassi al pizzicare le corde con le altre dita. Cosa di per sè non rivoluzionaria, la tecnica era già usata dai chitarristi brasiliani, ma nuova in questo caso era la figura ritmica ed ancor più efficace l’effetto “sensuale” che questo modo di suonare dava alle armonizzazioni di sapore jazzistico delle composizioni di Tom Jobim.

«Vai minha tristeza… E diz a ela… Que sem ela não pode ser» («Vai, mia tristezza e dille che senza di lei non posso stare»). Il successo di Chega de saudade fu clamoroso, già nella interpretazione di Elizete Cardoso ma soprattutto nella successiva versione interpretata con voce soffice, suadente e intimista dallo stesso Gilberto: il disco uscirà ad agosto e in pochi giorni venderà quindicimila copie. Merito di Alvaro Ramos, direttore vendite della Lojas Assumpção, la catena di negozi di dischi più grande del Brasile, che ascoltò un provino del pezzo e la impose ai suoi capi: “Questa voce, questo ritmo, quest’armonia, è il genere che Rio de Janeiro e il Brasile vogliono sentire”.

Il settantotto giri con “Chega de Saudade” su un lato e “Bim Bom” dall’altro, uscì proprio mentre il Brasile di Pelè vinceva la finale dei mondiali di calcio con la Svezia. Ma a vincere in quel caso fu la musica. Nei primi anni ’60 il successo della bossa di João Gilberto diventa internazionale. Nel 1962 in America esce il disco del sassofonista Stan Getz “Jazz Samba” con il chitarrista Charlie Byrd; segue l’album Getz/Gilberto che contiene alcune composizioni di Antonio Carlos Jobim diventate “standard” nella musica leggera e nel jazz.

Il disco contiene il brano “The Girl From Ipanema” cantato dalla moglie di João, Astrud Gilberto, in modo inusualmente semplice, monocorde, forse non perfettamente intonato ma certamente affascinante, tanto da diventare nell’immaginario collettivo il simbolo del sole, delle spiagge dorate e della bellezza delle donne brasiliane. “Desafinado” e cioè “stonato”, “fuori tono” è anche il titolo di un’altra famosissima canzone che cancella ogni dubbio: quando l’imperfezione diventa sogno, è poesia.