micromusic

Ci può essere un’estetica dell’arte e della musica a bassa risoluzione? Si chiama Micromusic il genere musicale nato negli anni ’80 che ha influenzato un’intera generazione di compositori. Ecco come sonorità create dagli ingegneri elettronici sono passate dai videogame alla musica pop

Oggi lo smartphone che abbiamo in tasca è molto più potente di un computer che 10 anni fa occupava un’intera scrivania. Facendo un ulteriore passo indietro nel tempo possiamo solo immaginare le capacità di calcolo dei primi Commodore degli anni ’80. Impossibile paragonarli ai dispositivi attuali. Eppure c’è ancora chi va in cerca di questi pezzi di antiquariato tecnologico. Non per fare calcoli, bensì per fare musica: la Micromusic.

Questo termine definisce un tipo di musica elettronica a bassa fedeltà che faceva da colonna sonora ai primissimi videogame. Chi si appassiona a questo genere sembra attratto dall’esatto opposto della esasperata ricerca tecnologica che coinvolge anche il settore musicale. Più che cercare di cavalcare le nuove tendenze della musica del futuro, nella Micromusic la ricerca sembra riguardare il passato. Così, se Game Boy, Commodore, Atari e Amiga 500 sono nomi che ai più rievocheranno la spensierata infanzia, nelle mani di alcuni creativi questi vecchi dispositivi sono diventati veri e propri strumenti musicali.

Nata nella scena underground americana, la Micromusic e i suoi vari filoni denominati anche lo fi, lo bat, chipmusic o chiptune, sono presto diventati un fenomeno culturale. Un movimento formato non solo da musicisti, ma da artisti, ingegneri e appassionati di elettronica convinti che esista una specifica estetica nell’arte e nella musica a bassa risoluzione. Le loro opere sono realizzate sfruttando i chip dei videogiochi degli anni ’80 e ’90. Circuiti integrati che hanno una limitata capacità di calcolo e permettono di riprodurre solamente alcuni preset monofonici.

Musica da videogame

Ciò non ha impedito alle vecchie colonne sonore per videogame di diventare un vero distintivo sonoro di un’epoca. Pur essendo realizzate artigianalmente con console e home computer, hanno fatto la fortuna di compositori come Rob Hubbard, Richard Joseph e David Whittaker. La fama di questi artisti è andata ben oltre i videogiochi. Hanno inventato delle sonorità che nel corso degli anni sono uscite dai videogame finendo per influenzare anche tante produzioni discografiche di star della musica pop.

E pensare che all’inizio scrivere musica per questi dispositivi è stata una sfida esclusiva di ingegneri e costruttori. La svolta avviene nel 2000 con la realizzazione di ‘Little Sound DJ‘, un apposito programma per Game Boy Nintendo. Un ‘tracker’ che consente di sfruttare i suoni del videogioco anche per comporre musica minimale sfruttando sequenze di numeri e lettere.

Micromusic come movimento culturale

Da allora numerosi artisti si sono uniti alla scena underground della Chipmusic. Il movimento con l’arrivo di internet poi si è ulteriormente sviluppato. Sono nate varie community come l’italiana Micromusicnet, etichette specializzate, come l’americana 8bitpeoples ed eventi come il Blip Festival di New York esportato anche in Giappone, Australia e Europa.

Micromusic è condivisione Una delle cose più interessanti della Chipmusic è che gli spartiti, ovvero i software, vengono condivisi dagli stessi artisti come file open source. La diffusione di questo tipo di arte in tutto il mondo è così avvenuta contemporaneamente allo sviluppo di nuove conoscenze in ambito informatico. Cosa certo molto democratica, che però ha fatto nascere molte dispute dovute proprio alla condivisione incontrollata di idee musicali. Alcune di queste sequenze sono uscite dall’ambito della ricerca e sono state copiate, anche per produrre musica più commerciale, senza che venisse riconosciuta la paternità delle opere ai legittimi inventori.

Problemi di copyright a parte, quello della Micromusic è sempre stato un movimento aperto che ha il grande merito di non prendersi troppo sul serio. La bassa risoluzione è quasi uno stile di vita, un modo di essere che va dall’arte alla musica e anche oltre. Non ha generi di riferimento e pochi limiti, se non quelli dettati dalla nostalgia. Cosa che in generale può rappresentare anche un pregio, e ancor di più nella musica. Il perchè lo sappiamo: tra le sette note la parola vintage è comunque sempre di moda.