copertina bitches brew

Ha senso scrivere un libro di 320 pagine per parlare di un disco di un trombettista? Bitches Brew – Genesi del capolavoro di Miles Davis – edizioni Saggiatore, è la risposta decisamente affermativa. Un racconto che parte dall’uomo e diventa musica.

Sempre più spesso, sottoposti ad un incessante bombardamento musicale, ascoltiamo dischi in modo superficiale o li vediamo giudicare in modo netto – bello, brutto, orrendo – anche dagli stessi musicisti o addetti ai lavori. Ovvio, ognuno ha i propri gusti e probabilmente molta musica in circolazione – non solo pop, ma anche jazz o presunta classica – non merita nemmeno una riga di commento. Anche se non tutti i dischi in circolazione sono stati suonati da Miles Davis, questo libro ha il merito di suscitare più di un dubbio sul significato di comprensione di un’opera musicale, obbliga insomma a riflettere sull’approccio all’ascolto musicale di ognuno di noi.

Facciamo un passo indietro. Qualche anno fa due studiosi e storici della musica hanno avuto la possibilità di accedere ad un vastissimo materiale d’archivio che comprende anche i nastri di lavoro originali di Bitches Brew conservati presso la Columbia, a distanza di 40 anni dalla produzione, per raccontare la cronaca delle fasi di preparazione, di registrazione e di postproduzione di uno dei dischi più importanti della storia musicale moderna. Si chiamano Enrico Merlin – musicista e storico della musica del ‘900 ed in particolare curatore di mostre e cataloghi su Miles Davis – e Veniero Rizzardi – professore di storia della musica riprodotta e storia del repertorio elettroacustico all’Università Ca’ Foscari di Venezia e al Conservatorio Statale di Cuneo.

Leggendo il loro libro scopriamo che Miles quando entra nello studio di registrazione con il produttore-compositore Teo Macero non porta con sè solo la tromba, la propria musicalità, talento e carisma. Entra in quello studio come se dovesse andare in battaglia vestito della propria armatura (la storia professionale e umana), per confrontarsi con il mondo esterno (la vita sociale e politica), con la casa discografica (il mercato, la comunicazione) insieme ad un esercito (i musicisti della band) che portano sul campo un’altra incredibile varietà e quantità di esperienze.

Dall’incontro scontro di tutti questi elementi nasce Bitches Brew. Cosa che in teoria dovrebbe valere per tutti i generi, artisti e dischi. Ma questa volta è ancora più vera, perchè questo disco rompe gli stilemi del jazz scritto e improvvisato, alla ricerca di un’energia che viene dal rock e che ridefinirà il campo della musica contemporanea influenzando intere generazioni di musicisti e di ascoltatori. “19 agosto 1969. Mentre si ripulivano i prati di Woodstock, Miles Davis portò in studio un«orchestra» senza precedenti: tredici solisti con chitarre e tastiere elettriche, quattro percussionisti, un clarinetto basso, un sax soprano”.

Attraverso scritti, fotografie e documenti inediti, scopriamo così che Miles Davis è sì il capitano della nave, ma il ruolo solistico della sua tromba in realtà è la cosa meno importante. La novità sta nelle proporzioni, nel respiro di brani che durano venti minuti e più, progettati come un’opera musicale; sta nell’utilizzo della postproduzione, in cui i take delle registrazioni vengono montati successivamente in un unico brano grazie ad un illuminato produttore; sta nella ricerca della semplicità ritmica e armonica, sconosciuta al jazz ma cara al popolo e quindi agli interessi di editori e discografici. Ecco perchè la storia di Bitches Brew è la storia della musica moderna, che questo libro ci aiuta ad ascoltare meglio.