L’indagine di Cittadinanzattiva sugli asili nido comunali in Italia nel 2011: caro rette, liste di attesa e tante disparità regionali. Al Nord le città più care mentre la disponibilità dei posti è sempre limitata ovunque.

Quando nasce un figlio per una famiglia è una vera gioia ma anche un momento delicato: nuove preoccupazioni, poco dormire e poi se i genitori lavorano come sono i costi per mandare il proprio figlio all’asilo nido comunale? In media un asilo costa più di 3.000 euro all’anno. Una cifra da capogiro difficilmente confrontabile con i valori dei nostri vicini europei mentre l’Italia è ancora ferma alle disparità Nord e Sud.

Secondo la ricerca di Cittadinanzattiva, la Calabria è la regione più economica, mentre Lombardia e Valle d’Aosta le più costose. Nel documento spiccano le 10 città più care che offrono il servizio a tempo pieno: a cominciare da Lecco (547 euro al mese) poi seguono Belluno, Sondrio, Bergamo, Mantova, Cuneo, Lucca, Pisa e Udine. Scendendo verso sud troviamo quelle meno care con in testa Catanzaro (70 euro al mese), seguita da Vibo Valentia, Cagliari e Roma dove il nido costa intorno ai 146 euro euro al mese.

Disparità a parte – che sarebbe interessante anche capire da cosa dipendono, visto che gli stipendi in Italia non seguono lo stesso schema – il problema è che nell’ultimo anno hanno aumentato le rette ben 39 città, di cui 6 con aumenti a due cifre percentuali (Bologna addirittura + 29,7%). Se poi si passa alla copertura del servizio il divario Nord e Sud assume percentuali spaventose che la dicono lunga sulla difficile situazione italiana dove i costi sono sempre più alti e i servizi sempre più scarsi con una media del 23,5% dei bambini che non trovano posto e rimangono in lista d’attesa.

Come è possibile che non trovano posto? Semplice, i posti disponibili in Italia sono solo il 6,5% rispetto agli utenti potenziali (la percentuale sale al 13,3% nei capoluoghi) contro il 50% di Danimarca, Svezia e Islanda ma anche di Finlandia, Olanda, Francia, Belgio, Slovenia, Regno Unito e Portogallo che vanno dal 25% al 50%. Insomma una vera pena da paese del terzo mondo, colpa di una politica che negli ultimi decenni evidentemente si è preoccupata solo di sopravvivere e non di offrire i dovuti servizi ai cittadini del futuro.