Ragazza sta per ascoltare musica in streaming

Ascoltare musica in streaming è molto diverso rispetto ai supporti fisici tradizionali e non solo dal punto di vista economico. Si salta spesso tra le canzoni e così cambia anche la percezione estetica del linguaggio musicale

Ascoltare musica in streaming offre la possibilità di avere a disposizione milioni di brani gratis o a poco prezzo. Basta un click per saltare tra un brano e un’altro ed è difficile resistere alla tentazione di esplorare nuovi mondi sonori. In effetti sono molti gli utenti di Spotify e dei maggiori servizi di streaming che ascoltano i brani con lo smartphone solo per pochi secondi. Ma senza aspettare che una canzone arrivi fino alla fine si riesce ad apprezzare il bello?

Ascoltare musica in streaming saltando tra le canzoni significa rischiare di non concentrarsi a fondo su note, parole e su tutto ciò che da gioia ed emozione. Un fatto che ha ovvie ripercussioni anche sul modo in cui la musica viene prodotta. L’era di internet e del multitasking consente di fare mille cose contemporaneamente ma raramente si approfondisce un discorso. Se nei contenuti testuali si leggono i titoli e si clicca sui link, nell’ascolto di musica cosa cambia? L’evoluzione dei supporti musicali della musica digitale e in particolare lo streaming ha radicalmente modificato le tendenze di ascolto dei giovani.

Come si ascolta musica in streaming

Secondo i dati rilevati da Echo Nest, una società di rilevazione dati acquisita da Spotify, quasi la metà (48,6%) degli utenti del servizio di streaming abbandona una canzone prima della sua fine. Il 25% degli utenti lascia il brano dopo appena 5 secondi per saltare ad un altro brano. I servizi on demand offrono una quantità incredibile di brani e inducono a cambiare spesso saltando da una canzone all’altra, ma non solo. Una ricerca realizzata in Norvegia dall’Università di Oslo ha cercato di approfondire ulteriormente le nuove tendenze d’ascolto dei giovani utenti per capire come si evolverà la fruizione della musica in futuro.

Secondo questa ricerca in un periodo di due mesi gli utenti ascoltano in media 92 artisti diversi. In generale si va dai 30 fino a 200 artisti ascoltati da una stessa persona. Piuttosto che ascoltare singoli brani, si preferiscono album completi. 92 artisti differenti ascoltati in due mesi sono effettivamente molti, sicuramente più di quelli ascoltati con classici supporti come cd o lp. Segno, secondo i ricercatori, di un nuovo modo di usare la musica, in cui l’ascoltatore potrebbe essere più informato e forse anche più capace di scegliere rispetto al passato. O semplicemente più superficiale e distratto.

Saltare tra le canzoni e conseguenze

Abbandonano le canzoni più spesso gli utenti giovani. C’è una spiegazione, dato che saltare ad altri brani è più frequente in chi usa smartphone al posto di pc desktop o tablet. Chi si ritaglia uno spazio per la musica nel tempo libero e si dedica all’ascolto con attenzione, in realtà salta molto più spesso rispetto a chi ascolta Spotify come sottofondo per lavorare, studiare o rilassarsi. Le rilevazioni dicono anche che, passati circa venti secondi, se gli ascoltatori non trovano qualcosa che li soddisfi pienamente, passano ad un’altra canzone.

Compositori, artisti, musicisti e produttori sono direttamente coinvolti nel fenomeno. Ancora più che per l’ascolto radiofonico, devono produrre canzoni orecchiabili e accattivanti, che riescano a mantenere alto il livello di attenzione. Viceversa è sicuro perdere per strada il pubblico praticamente subito. Non solo i brani devono essere attraenti, ma la loro struttura dev’essere la più semplice possibile. Cosa che spinge verso un rapporto con la musica usa e getta.

Canzoni singoli o album interi?

Negli ultimi anni con la diffusione di internet c’è stato un enorme incremento del numero di canzoni proposte al pubblico in ogni forma e su ogni media. È più facile fare e distribuire nuova musica, ma le canzoni ‘durano’ meno e diventa sempre più difficile avere visibilità e vivere di musica. Questa tendenza è confermata anche dalle playlist radiofoniche. Secondo il direttore di una radio norvegese, dalle 40 nuove canzoni a rotazione nelle playlist del 2002, si è passati alle 75 canzoni degli ultimi anni.

L’altro aspetto importante emerso nello studio norvegese è che si ascoltano più brani di uno stesso artista e cioè che il concetto di album non sarebbe a rischio scomparsa come qualcuno aveva previsto. Una percentuale che va dal 60% all’80% degli appassionati non cerca il singolo, ma il nome dell’artista e poi ascolta tutto l’album. La ricerca ha inoltre confermato come l’aumento di visibilità degli artisti tramite festival, concerti e ovviamente trasmissioni televisive, porti ad un incremento notevole di persone disposte ad ascoltare la loro musica anche mediante lo streaming. Insomma tutto cambia per rimanere uguale.

Streaming e canzoni orecchiabili

Certo non sarà un caso se negli ultimi anni si assiste ad una continua involuzione del linguaggio musicale che va di pari passo con l’evoluzione tecnologica. In tempi non sospetti, quando non esisteva la musica registrata, i compositori di musica classica scrivevano movimenti e tempi allargati frutto di un pensiero musicale. Il cd rispetto al vinile è stata una vera rivoluzione anche perchè conteva molta più musica su un singolo supporto. Il compact disc è stato creato con lo spazio sufficiente per contenere tutta la nona sinfonia di Beethoven.

La musica jazz prevede tempi lunghi dato che l’improvvisazione su un brano può durare vari minuti. Ma anche un certo tipo di rock progressive di moda negli anni ’70 e ’80 faceva della lunghezza dei brani una peculiarità. Le canzoni di musica leggera e i brani pop almeno inizialmente tenevano conto di queste regole classiche con arrangiamenti che prevedevano introduzione, strofa e ritornello. Nell’ascoltare in streaming musica tutto ciò non funziona più. Bisogna dare tutto e subito, proprio come in uno spot.

Minima durata ascolto in streaming

Inutile dire che il ‘tutto e subito’ mal si concilia con un approccio estetico più approfondito. Se ciò vale in ogni forma d’arte o d’espressione, figurarsi nella musica, dove le emozioni sono direttamente proporzionali alla consapevolezza dell’ascolto. Di tutto questo ovviamente non è la tecnologia a doversene (pre)occupare. Basterebbe solo capire quale prezzo stiamo pagando per avere tanta musica a disposizione in modo semplice e gratis.

Ma il problema del tutto e subito non riguarda solo il senso estetico dell’ascoltare in streaming musica, ma anche quello economico. Se già lo streaming non rende quasi nulla agli artisti rispetto a cd e download di mp3, le regole stabilite dai fornitori di servizi online sono ancora più chiare. Le canzoni per produrre qualche guadagno in diritti d’autore – Spotify paga 0,00397 dollari per ogni flusso – devono venire ascoltate dagli utenti online per un minimo di 30 secondi. Altrimenti non vengono conteggiate. Insomma la faccenda ha molti aspetti controversi.

Senza arrivare a parlare di declino cognitivo degli esseri umani indotto dalla tecnologia, mentre tutti parlano di intelligenza artificiale e pochi di quella naturale, i limiti dello streaming sono uno dei motivi che spingono tanta gente e artisti a riscoprire i dischi in vinile. Sul piatto di un giradischi saltare da un canzone all’altra tanto rapidamente non è possibile. E riscoprire la gioia della lentezza e uno dei motivi che rendono bello ascoltare musica.