In un mercato della musica sempre più asfittico si tentano nuove strade per avvicinare il pubblico agli artisti che nel frattempo diventano sempre più simili a brand da vendere. Che quindi la musica alla fine sia tutta una questione di logo?

Se lo chiede una ricerca condotta in America che ha analizzato le strategie legate ai marchi delle band più famose. Si potrà essere d’accordo o meno con l’idea poco romantica di una musica diventata merce da scambiare, ma diversificare il proprio lavoro tra produzione di album, concerti, attività sui social network e distribuzione di merchandising, al mondo d’oggi è diventata la vera sfida per chi vuole vivere di musica.

E chi meglio di un bel logo può aiutare ad essere riconoscibili sul mercato..? Ma siamo proprio sicuri? La ricerca in realtà evidenzia che molti degli artisti di maggior successo non hanno una strategia di comunicazione basata sull’impatto visivo e mentre i loghi sono importanti in alcuni generi lo sono molto meno in altri.

Scelgono di avere un logo la maggioranza delle band rock, metal, hip-hop, alternative; via via sono sempre meno interessati al logo generi come country, indie, latin, pop, blues, jazz e cantautori, ultimi in classifica. Dagli anni ’50 ad oggi l’importanza del logo ha avuto un picco negli anni ’90, partendo da un 30% di artisti con un logo fino ad arrivare al 90%.

Dopo un fase di decrescita nel 2000, oggi siamo intorno al 70% di band con logo. La tendenza potrebbe continuare e coinvolgere tutti i generi, ma al momento più che concentrarsi sul logo in sè, gli artisti sembrano impegnati a sviluppare un concetto globale di immagine e di comunicazione.

Meno male: la musica non può ridursi ad essere un marchio, forse per qualcuno rimarrà sempre e malgrado tutto un’idea, un concetto, un sogno…