album musicali in negozio di dischi

Con canzoni e album musicali ridotti a playlist, lo streaming sta cambiando il modo di ascoltare e comporre musica. Si ascoltano brani basati sull’umore e non opere tematiche di artisti, ma soprattutto singoli di successo usa e getta

Gli album musicali sono una invenzione della tecnologia. Nel senso che è la possibilità di registrare su vinile o cd un insieme di brani ad avere offerto agli artisti la possibilità di narrare una storia completa fatta di musica e testi. I più bei dischi della storia della musica pop o rock sono fatti di tanti capitoli interlacciati tra loro fino a formare un concetto. La possibilità di registrare dischi ha spalancato le porte della musica al mercato e aperto nuove possibilità del linguaggio sonoro agli artisti.

L’evoluzione dei supporti musicali spinta dalla tecnologia ha sempre prodotto forti cambiamenti nel mondo della musica, sia dalla parte di chi ascolta, che di chi produce e scrive canzoni. Se partiamo dall’inizio, la capacità di elaborare suoni è stata fondamentale nell’evoluzione umana, ma metterli su un supporto e possederli non è mai stato possibile fino all’invenzione del grammofono, senza il quale non esisterebbe il ruolo sociale, culturale ed economico della musica che tutti conosciamo. Prima della musica registrata tutto aveva origine nel suono degli strumenti pizzicati o percossi dai musicisti e terminava un attimo dopo. Gli spartiti servivano a tramandare un insieme di codici e brani ma non suonavano.

Fine del possesso musicale

Il momento che stiamo vivendo in questi anni anni con la rivoluzione che parte dagli mp3 allo streaming per un ascolto online che non si tocca con mano, è solo agli inizi, ma sembra ripercorrere all’incontrario le tappe della storia della musica. I cambiamenti negli ultimi decenni sono stati davvero rapidi. Dall’avvento di internet la smaterializzazione dei contenuti intellettuali e la crisi del concetto di possesso non ha riguardato solo la musica ma anche il cinema, con i film in streaming, l’editoria con gli ebook e i giochi.

Il concetto secondo cui non serve più avere le cose, basta usarle, oggi vale anche per le automobili e una serie di beni veicolati dalla sharing economy. In particolare nel settore musicale il trend anno dopo anno è diventato sempre più ovvio. Così come era scontata la fine del regno di iTunes degli albori come sistema chiuso di distribuzione di mp3 in accoppiata con l’iPod, la stessa fine la faranno i supporti fisici. Le vendite di cd sono destinate a diminuire ancora molto nei prossimi anni, rendendo forse superflui anche gli album: che senso avranno se tutta la musica si ascolterà in streaming?

Ma perdere il senso del possesso fisico delle opere musicali non può che avere forti ripercussioni sul mercato, sul valore economico e sociale della musica ma anche sulla creatività e i contenuti creati dagli artisti. Ad esempio vi siete mai chiesti che fine faranno gli album o come devono essere scritte le canzoni per essere più cliccate? Finita l’era dei supporti musicali fisici, la fruizione della musica digitale online e l’ascolto in streaming sono la negazione di tutto quanto è successo prima.

Storia degli album musicali

La storia degli album musicali è abbastanza recente. Negli anni ’50 e ’60 la musica si ascoltava prevalentemente alla radio. Poi su dischi a 45 giri, con conseguente trionfo di singoli di successo. La raccolta di brani tipica degli album ha avuto la sua fortuna negli anni ’80 e ’90. Di nuovo è stato per merito o colpa della tecnologia, complice della diffusione degli hi-fi nelle case. Con la moda dei totem stereofonici nelle case, ora sostituita a livello di status dai monitor televisivi giganti, era comodo ascoltare tante diverse canzoni in modo continuativo utilizzando giradischi e lettori cd. Oggi basta un click, all’ora bastava premere un pulsante.

Nel periodo del boom musicale gli artisti più famosi sfornavano uno o due album all’anno. Un vero tour de force creativo che spesso non aiutava la qualità. Ma le vendite come al solito contavano più di tutto. E d’altronde i dischi dei Beatles usciti in quel periodo sono considerati ancora oggi grandi classici. Finita l’era della bulimia di canzoni, negli anni ’70 gli artisti più famosi si presero il lusso di investire più tempo nella produzione degli album. Tra l’uscita di un disco e un altro potevano passare anche alcuni anni. Oggi in mancanza di qualcosa di nuovo da dare in pasto ai fans ogni due giorni, canzone o tweet che sia, il rischio è venire presto dimenticati.

Negli ultimi anni il calo di vendite di album segue l’andamento negativo delle vendite di musica in generale e lo supera in peggio. Più che non scaricare singoli, il pubblico acquista sempre meno dischi e anche gli album musicali degli artisti americani più famosi non decollano. In un anno riescono a vendere un numero di copie che prima vendevano in una settimana. Nei generi più di tendenza, come rap italiano o straniero, si punta principalmente sui singoli. Se hanno successo poi si produce eventualmente un disco, ma se va bene solo 2 o 3 tracce saranno quelle più ascoltate. Per questo motivo le case discografiche, a parte la riproposizione di nuove edizioni di vecchi album storici, tendono a non assumersi il rischio di produrre dischi di nuovi artisti. Meglio prima provare un singolo e vedere cosa succede.

Dagli album alle playlist

Quale musica verrà prodotta senza album? La risposta come sempre la darà il mercato. Ma qui entra in gioco anche la creatività. Come non ricordarsi i concept album rock degli anni ’60 e ’70? Erano dischi a tema che contenevano una storia da guardare e ascoltare. Si tratta di Lp memorabili come Freak Out! di Frank Zappa, anche se il caso più conosciuto riguarda Sgt. Pepper’s Lonely Hearts Club Band dei Beatles o tanti altri di rock progressive. Oltre all’aspetto artistico e alla capacità di narrazione, i concept album sono stati anche fantastici nel creare identità attorno alle note.

Le playlist hanno questa capacità identitaria? E’ ciò che sperano le etichette discografiche. A dir la verità ciò che lega i brani di queste raccolte è un pò meno efficace e poetico rispetto ai cd. Anche il legame con l’ascoltatore non è basato su vere identità, concetti ideali, voli astratti, ma piuttosto su uno stato d’animo o su una attività. Non c’è una narrazione definita e unitaria di una storia, piuttosto c’è un filo conduttore che unisce tra loro i brani. Alcuni studi dicono come ascoltare musica in streaming sia diverso e produca un ascolto frammentato: si salta da un brano all’altro. Nulla a che vedere con il vecchio modo di ascoltare un album intero. Quasi un libro da sfogliare con amorevole passione.

Streaming sta cambiando la musica

I singoli in streaming non creano identità e nemmeno valore di lungo termine e da un punto di vista compositivo esistono precise modalità compositive per ottenere click. Innanzitutto un ascolto viene conteggiato e pagato a compositori e autori dei brani solo dopo 30 secondi di ascolto. Ciò significa che un brano deve essere subito convincente e accattivante, il ritornello orecchiabile deve arrivare prima possibile, senza tante introduzioni strumentali o orchestrazioni. Le canzoni devono poi essere più brevi e dai normali 4 minuti siamo scesi ai circa 3 minuti attuali.

Le società che gestiscono i servizi hanno a disposizione un’infinità di dati sui nostri gusti e con sistemi basati sull’intelligenza artificiale ci propongono ciò che vogliamo. Playlist divise per generi o che vanno bene per ogni momento della giornata, per fare qualcosa o per come ci sentiamo. Sport, relax, studio, lavoro: ce n’è per tutti i gusti, fino all’ora di cena e anche per il dopo. Gli artisti nell’era delle playlist non devono nemmeno più preoccuparsi di fare dischi di un’ora per riempire un cd. Per qualcuno è anche meglio: registrare 12 brani di cui 10 mediocri e 2 belli non serve.

Basta un singolo bello e il successo è assicurato, o quasi. Fino al prossimo tormentone da milioni di click, che sono quelli che servono a guadagnare qualcosa dato che ogni flusso è pagato circa 0,004 dollari. Per gli artisti si tratta quindi di entrare a fare parte di playlist per cui servono fortuna e strategia per catturare l’attenzione di un programmatore umano o di un algoritmo. Ad esempio un musicista deve sapere che è perfettamente inutile fare brani di un’ora di lunghezza perchè verrano pagati allo stesso modo che della lunghezza di di un minuto.

Il senso degli album musicali

La domanda più che mai lecita è quindi questa: oggi hanno ancora senso gli album musicali in streaming o da cosa verranno sostituiti? La risposta non è semplice. Con milioni di singoli a disposizione gratis o quasi, la tentazione di cliccare ovunque senza approfondire prende il sopravvento. Senza supporto fisico è molto più difficile apprezzare fino in fondo una raccolta di brani. Ma spetta anche agli artisti tornare a dare un significato artistico d’insieme all’opera musicale.

Gli album musicali non possono più essere semplici accozzaglie di brani magari mediocri, con un singolo di successo pronto a tirare la volata. Gli artisti devono reinventarsi ritrovando un senso di unicità che ricominci dalla narrazione di una storia fatta di tanti racconti. La tecnologia può dare una mano. In un disco digitale si possono includere video, testi, contenuti esclusivi che si aggiornano dinamicamente. Si può fare interagire l’artista con il pubblico tramite social, chat e live stream. L’album Biophilia di Bjork è stato un primo esempio di disco inteso come progetto multimediale di suoni, immagini, animazioni racchiuse in una App.

Ma senza andare così in profondità e volendo rimanere in superficie, per gli artisti nell’era digitale si aprono anche nuove prospettive. Ci sono società, che hanno preso il posto dei vecchi intermediari come etichette e distributori, che forniscono ai musicisti la possibilità di comunicare direttamente con il pubblico, ma hanno anche le competenze tecnologiche per sapere come monetizzare meglio le canzoni, ottenendo più ascolti e follower. Una cosa è certa: per gli artisti oramai è impossibile vivere di rendita. Il futuro è delle idee, la musica è al loro servizio, la tecnologia anche.