Dopo una lunga malattia e mancato a San Diego all’età di 92 anni il musicista e compositore indiano Ravi Shankar.

Padrino della world music, come lo definì George Harrison, Ravi ha avuto il merito di portare la musica occidentale a confrontarsi con la musica orientale specialmente grazie all’utilizzo del sitar di cui era un virtuoso, creando un nuovo tipo di sonorità che gli fece vincere un Grammy nel 2002 con l’album Full Circle / Live at Carnegie Hall. Natio di Varanasi da una famiglia benestante, Ravi si trasferì a Parigi nel 1930 dove incontrò la musica classica e l’opera, l’arte chitarristica di Andrés Segovia e il bel canto. Cose che mise da parte temporaneamente quando tornò in India per studiare il sitar con i migliori maestri indiani.

Il suo primo concerto lo tenne nel 1939 e successivamente si dedicò alla composizione di musica per film indiani. Nei primi anni ’60 Shankar scopre il jazz e l’improvvisazione e ha modo di insegnare musica indiana a John Coltrane e Don Ellis. L’incontro con i Beatles del 1968, di cui fu ispiratore, contribuì ad aumentarne la fama in tutto il mondo, arrivarono premi, collaborazioni e concerti nei luoghi e nei teatri più importanti, compresa una trionfale esibizione a Woodstock. A New Delhi Ravi Shankar ha fondato un Istituto di Musica e dello Spettacolo condottto dalla figlia Anoushka, anch’essa nota suonatrice di sitar. L’altra figlia di Ravi, anche se mai riconosciuta ufficialmente, è la famosissima pianista e cantante Norah Jones.