pila di cd

L’IFPI ha recentemente pubblicato gli ultimi dati relativi al mercato della musica: i ricavi globali del commercio di musica online sono arrivati a 4,2 miliardi di dollari, in crescita del 12% nel 2009 rispetto al 2008, grazie anche alla presenza di 400 servizi autorizzati in tutto il mondo. Crollo di vendite in paesi come Francia, Spagna e Brasile. Cosa riserverà il futuro?

Se qualche anno fa si invocava una migliore gestione delle opportunità offerte alla musica da internet, ora con i nuovi accordi tra case discografiche e distributori online le vendite di musica digitale sono al 27%, più di un quarto di tutte le entrate del mercato della musica globale. Ma non basta: secondo la Federazione Internazionale dell’Industria Fonografica, che rappresenta l’industria discografica a livello mondiale con circa 1400 case discografiche in 70 paesi, è sempre la pirateria a rappresentare il vero problema e a danneggiare gli investimenti sugli artisti.

Si pone l’accento sul crollo verticale di vendite di artisti locali in particolare in paesi come Spagna, Francia e Brasile, storicamente noti per la vitalità della loro musica. In Spagna (uno dei più alti tassi di file-sharing illegale in Europa), le vendite di artisti nazionali nella top 50 sono calati di circa il 65% tra il 2004 e il 2009; in Francia del 60%; in Brasile le nuove uscite tra il 2005 e il 2008 sono diminuite dell’80%. In pratica le case discografiche non investono più in nuovi prodotti, non fanno più uscire dischi, per paura di non venderne.

A livello mondiale, sempre tra il 2004 e il 2009, la diminuzione complessiva del fatturato della musica registrata mondiale è stata del 30% malgrado i ricavi del comparto digitale siano saliti del 940%. Per la l’IFPI la responsabilità è ancora una volta tutta della pirateria: ricerche di Jupiter Research e Harris Interactive indicano come sia del 21% la quota degli utenti di internet che scaricano ed ascoltano abitualmente musica con il peer to peer, senza pagarla.

Malgrado non tutti siano d’accordo, i governi sembra stiano accettando questa tesi, orientandosi verso una legislazione che imponga già ai fornitori di accesso di frenare l’uso delle reti finalizzate alla pirateria digitale. Francia, Corea del Sud e Taiwan nel 2009 hanno già adottato nuove leggi, mentre Regno Unito e Nuova Zelanda ne stanno discutendo. L’industria afferma però di non essersi concentrata solo sulla repressione, ma di avere investito molte risorse per dar modo al consumatore di acquistare brani e album in modo semplice sfruttando le nuove tecnologie.

Comunque la si pensi, è innegabile che negli ultimi anni l’industria musicale, dopo una colpevole inerzia iniziale, ha capito che la musica in internet è una risorsa e non un problema – non sarà un caso se il primo a credere nella musica online è stato Steve Job con la Apple, produttrice di computer e non di musica. Ora l’offerta per l’appassionato è davvero ampia: negozi per il download di mp3, streaming, servizi in abbonamento, applicazioni per dispositivi mobili… online si trova davvero di tutto. Anche il costo degli un album è calato e anche di molto. L’ultima cosa che rimane da cambiare è la percezione che la gente ha della musica. Pirati o non pirati, artisti, produttori ed etichette, su una cosa tutti sembrano essere d’accordo: musica=gratis è una equazione che non fa bene nemmeno a chi ascolta.