Bitches Brew, il libro
Ha senso scrivere un libro di 320 pagine per parlare di un disco? 'Bitches Brew - Genesi del capolavoro di Miles Davis' (il Saggiatore), è la risposta, decisamente affermativa. Due studiosi e storici della musica hanno avuto la possibilità di accedere, dopo 40 anni, ad un vastissimo materiale d'archivio che comprende anche i nastri di lavoro originali conservati presso la Columbia, per raccontare la cronaca delle fasi di preparazione, di registrazione e di postproduzione di uno dei dischi più importanti della storia musicale moderna.
Enrico Merlin è un musicista e storico della musica del '900 ed in particolare è stato curatore di mostre e cataloghi di registrazioni, interviste, apparizioni televisive, ecc. su Miles Davis. Veniero Rizzardi è professore di storia della musica riprodotta e storia del repertorio elettroacustico all'Università Ca' Foscari di Venezia e al Conservatorio Statale di Cuneo. Cos'ha di particolare il loro libro? Intanto obbliga a riflettere sull'approccio all'ascolto musicale di ognuno di noi.
Sempre più spesso, sottoposti ad un incessante bombardamento musicale, ascoltiamo dischi in modo superficiale o li vediamo giudicare in modo netto (bello, brutto, uno schifo...), anche dagli stessi musicisti o addetti ai lavori. Ovvio, ognuno ha i propri gusti e probabilmente molta musica in circolazione, (non solo pop, ma anche jazz o presunta classica), non merita nemmeno una riga di commento. Però, leggendo questo libro, qualche dubbio sul significato di comprensione di un'opera musicale, può venire (anche se non tutti i musicisti si chiamano Miles Davis).
VIDEO Miles Davis - Bitches Brew - Danish Radio (1969) Miles quando entra in uno studio di registrazione con il produttore-compositore Teo Macero non porta con sè solo la tromba, la propria musicalità, talento e carisma. Entra in quello studio come se dovesse andare in battaglia vestito della propria armatura (la storia professionale e umana), per confrontarsi con il mondo esterno (la vita sociale e politica), con la casa discografica (il mercato, la comunicazione) insieme ad un esercito (i musicisti della band) che portano sul campo un'altra incredibile varietà e quantità di esperienze.
VIDEO Miles Davis - Spanish Key - Antibes Jazz 1969 Dall'incontro scontro di tutti questi elementi nasce un disco. Cosa in teoria valida per tutti i generi, artisti e dischi. Nel caso di Bitches Brew vale ancora di più, perchè questo disco rompe gli stilemi del jazz scritto e improvvisato, alla ricerca di un'energia che viene dal rock e che ridefinirà il campo della musica contemporanea influenzando intere generazioni di musicisti e di ascoltatori. "19 agosto 1969. Mentre si ripulivano i prati di Woodstock, Miles Davis portò in studio un«orchestra» senza precedenti: tredici solisti con chitarre e tastiere elettriche, quattro percussionisti, un clarinetto basso, un sax soprano".
VIDEO Miles Davis - Sanctuary / Spanish Key (1970) Attraverso scritti, fotografie e documenti inediti, scopriamo così che Miles Davis è sì il capitano della nave, ma il ruolo solistico della sua tromba in realtà è la cosa meno importante. La novità sta nelle proporzioni, nel respiro di brani che durano venti minuti e più, progettati come un'opera musicale; sta nell'utilizzo della postproduzione, in cui i take delle registrazioni vengono montati successivamente in un unico brano grazie ad un illuminato produttore; sta nella ricerca della semplicità ritmica e armonica, sconosciuta al jazz ma cara al popolo e quindi agli interessi di editori e discografici. Ecco perchè la storia di Bitches Brew è la storia della musica moderna e perchè a volte serve leggere per ascoltare meglio.
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